Metamorfosi. Ovidio e le arti, in mostra a Roma

23 Giugno - 20 Settembre 2026

Un’importante esposizione sul tema della metamorfosi, pone al centro il dialogo fra il poema di Ovidio e la storia delle arti figurative. Attraverso dipinti, sculture e opere di diverse epoche, il percorso mette in luce la straordinaria fortuna iconografica delle Metamorfosi, offrendo una riflessione sul concetto di trasformazione come principio estetico, narrativo e culturale.

Piazzale Scipione Borghese, 5

Veduta dell'Installazione. Foto: A. Novelli. © Galleria Borghese
Veduta dell'Installazione. Foto: A. Novelli. © Galleria Borghese

Questa importante esposizione sul rapporto fra la poesia di Ovidio e le arti figurative, ripercorre la straordinaria fortuna delle Metamorfosi nella cultura occidentale. Dipinti, sculture e opere provenienti da prestigiose collezioni illustrano come il tema della trasformazione abbia attraversato i secoli, diventando uno dei più fecondi motivi iconografici della storia dell’arte.

Fra le opere che hanno maggiormente influenzato la cultura figurativa europea, le Metamorfosi di Publio Ovidio Nasone occupano una posizione del tutto particolare. Più che un semplice repertorio di racconti mitologici, il poema costituisce una riflessione continua sul mutamento come principio che governa il mondo naturale, il destino degli uomini e l’intervento delle divinità. L’esposizione prende avvio proprio da questa straordinaria capacità generativa del testo, seguendone la fortuna nelle arti visive attraverso un percorso che intreccia archeologia, scultura, pittura e storia della cultura.

Le Metamorfosi di Ovidio: il poema che ha trasformato l’arte occidentale

Quando Ovidio conclude la redazione delle Metamorfosi, probabilmente intorno all’8 d.C., consegna alla cultura latina un’opera destinata a esercitare un’influenza senza paragoni nella storia della letteratura e delle arti figurative. Composto in quindici libri e articolato in oltre duecentocinquanta episodi, il poema costruisce una narrazione continua che, dalla creazione del cosmo fino alla divinizzazione di Giulio Cesare, raccoglie miti appartenenti a tradizioni differenti, unificandoli attraverso il tema della trasformazione.

L’originalità dell’opera risiede proprio nella capacità di superare il carattere episodico del racconto mitologico. Le singole vicende non sono presentate come narrazioni isolate, ma si susseguono secondo un raffinato sistema di richiami, analogie e connessioni narrative che conferisce all’intero poema un andamento fluido e continuo. Ogni trasformazione genera una nuova storia, ogni personaggio introduce un differente episodio, mentre il mutamento diviene il principio stesso della costruzione letteraria.

In questa prospettiva la metamorfosi assume un significato che va ben oltre l’evento prodigioso. Essa rappresenta il continuo passaggio fra stati diversi dell’esistenza, la mutevolezza delle passioni umane, la fragilità dell’identità e l’inesauribile capacità della natura di rigenerarsi. Uomini che diventano alberi, ninfe trasformate in sorgenti, giovani mutati in costellazioni o in fiori non costituiscono semplicemente episodi fantastici, ma immagini simboliche attraverso cui Ovidio riflette sulla condizione umana e sul rapporto fra libertà, desiderio e destino.

Ovidio e l’età augustea

Publio Ovidio Nasone nasce a Sulmona nel 43 a.C. e si forma nell’élite culturale dell’età augustea, distinguendosi per uno stile elegante e innovativo. Diversamente da Virgilio e Orazio, concentra la propria produzione sulle passioni, sull’amore e sul mito, privilegiando l’indagine della natura umana rispetto alla celebrazione dell’ideologia imperiale.

Nell’8 d.C., anno in cui le Metamorfosi sono ormai concluse, viene esiliato a Tomi, sul Mar Nero, per un enigmatico carmen et error. Lontano da Roma continua a scrivere fino alla morte, mentre il suo capolavoro si afferma progressivamente come uno dei testi più influenti della tradizione occidentale.

La poetica della trasformazione

La metamorfosi è il principio che unisce l’intero poema. Ogni racconto descrive un passaggio, spesso irreversibile, nel quale il corpo cambia forma senza perdere del tutto la memoria della propria identità. È questa sospensione fra due stati a costituire uno degli aspetti più originali dell’immaginazione ovidiana.

Nel mito di Dafne, ad esempio, il momento culminante coincide con la progressiva trasformazione della ninfa in alloro, mentre la vicenda di Narciso riflette sul tema dell’identità attraverso il mito dell’autocontemplazione. In altri episodi, come quelli di Aracne o Filemone e Bauci, il mutamento assume il significato di punizione, ricompensa o intervento divino, confermando la straordinaria ricchezza simbolica del poema.

Dal testo poetico all’immagine

La fortuna delle Metamorfosi deriva anche dalla forza visiva della scrittura di Ovidio. Le trasformazioni sono descritte con tale precisione da suggerire vere e proprie immagini, offrendo agli artisti un repertorio figurativo di straordinaria efficacia.

Il poeta concentra l’attenzione sull’istante del cambiamento, una scelta narrativa che pittori e scultori hanno saputo tradurre in opere capaci di rendere visibile il movimento nella fissità dell’immagine. È proprio questo dialogo fra parola e rappresentazione a spiegare la duratura influenza del poema nella storia dell’arte europea.

Il poema di Ovidio come chiave di lettura della collezione

Ideata da Francesca Cappelletti e Frits Scholten nell’ambito della collaborazione tra la Galleria Borghese e il Rijksmuseum di Amsterdam, la mostra propone una rilettura della storia dell’arte attraverso il poema di Ovidio. Le Metamorfosi diventano così il filo conduttore di un percorso che mette in dialogo le opere esposte con la collezione permanente e con gli spazi storici della Villa Borghese.

La scelta della storica residenza di Scipione Borghese non è casuale. La villa rappresenta infatti uno dei più significativi esempi della ricezione del mondo classico nella Roma del Seicento, dove collezionismo, architettura e mitologia si fondono in un unico progetto culturale. Il tema della metamorfosi, già profondamente radicato nell’identità del museo, diventa così la chiave per interpretare il dialogo tra antico e moderno, mostrando come i miti ovidiani abbiano continuato a ispirare gli artisti nel corso dei secoli.

La metamorfosi come principio universale

Uno degli aspetti più interessanti del progetto consiste nell’ampliare il significato stesso del termine “metamorfosi”. Non si tratta soltanto della trasformazione dei protagonisti del poema, ma di un principio che investe l’intero universo. Il mutamento governa il cosmo, regola il succedersi delle stagioni, modifica la materia, trasforma il paesaggio e determina il continuo alternarsi di vita e morte. L’arte diventa così il luogo privilegiato nel quale osservare e comprendere questa incessante dinamica.

La riflessione proposta dai curatori si estende anche al processo creativo. Ogni opera nasce infatti dalla trasformazione di un materiale – marmo, bronzo, pigmento, legno – in immagine, proprio come nel poema la natura assume continuamente forme nuove. La creazione artistica diventa essa stessa una metamorfosi, un passaggio dalla materia informe alla forma compiuta, stabilendo un sottile parallelismo fra il gesto dell’artista e il racconto poetico di Ovidio.

Un dialogo fra epoche differenti

Il percorso evita volutamente una rigida successione cronologica. Capolavori del Rinascimento e del Barocco dialogano con opere dell’antichità e con autori più vicini alla sensibilità contemporanea, evidenziando come la fortuna delle Metamorfosi non si sia mai realmente interrotta. La presenza di artisti quali Michelangelo, Correggio, Tiziano, Rubens, Poussin, Rodin e Brancusi testimonia l’ampiezza cronologica del progetto e la volontà di mostrare la continua reinvenzione del mito attraverso linguaggi profondamente differenti.

Il percorso espositivo

Il percorso si sviluppa seguendo l’architettura narrativa del poema, trasformando le sale della villa in un itinerario attraverso alcuni dei momenti più significativi delle Metamorfosi. L’allestimento non impone una semplice successione di opere, ma costruisce un racconto nel quale il visitatore è chiamato a riconoscere continui rimandi tra letteratura, scultura, pittura e decorazione. Più di ottanta opere provenienti da importanti musei europei e americani si intrecciano con la collezione permanente, senza alterare l’identità degli ambienti storici ma, al contrario, valorizzandone il significato originario.

Dal caos primordiale alla nascita del mondo

Come il poema di Ovidio, anche la mostra prende avvio dalla creazione del cosmo. Prima ancora della comparsa degli dèi e degli eroi, il visitatore incontra il tema del Caos, quella materia informe dalla quale prende origine ogni forma vivente. L’inizio del percorso assume così un valore programmatico: la metamorfosi non è soltanto un episodio della mitologia, ma la condizione originaria dell’universo stesso. Opere del Cinquecento dialogano con sculture di età moderna, mostrando come il concetto di creazione sia stato interpretato attraverso linguaggi artistici profondamente diversi.

I grandi miti della trasformazione

Proseguendo lungo il percorso emergono alcuni fra gli episodi più celebri del poema. Le vicende di Apollo e Dafne, del Ratto di Proserpina, di Narciso, di Orfeo ed Euridice e di numerosi altri protagonisti diventano il filo conduttore di un dialogo continuo fra opere appartenenti a secoli differenti. Ogni nucleo espositivo dimostra come gli artisti abbiano privilegiato momenti narrativi diversi: alcuni rappresentano l’istante precedente alla trasformazione, altri il momento culminante del mutamento, altri ancora le conseguenze della nuova condizione.

Questo confronto rende evidente la straordinaria libertà interpretativa garantita dal testo ovidiano. Pur raccontando gli stessi miti, ogni autore costruisce un’immagine autonoma, nella quale il rapporto fra corpo, spazio e movimento viene continuamente reinventato.

Il dialogo con la collezione permanente

Uno degli aspetti più riusciti dell’allestimento consiste nell’integrazione fra le opere in prestito e i capolavori già conservati nella collezione. Le celebri sculture di Gian Lorenzo Bernini, nate proprio dalla rilettura delle Metamorfosi, non costituiscono semplici punti di riferimento del percorso, ma ne diventano autentici cardini interpretativi. Il visitatore comprende così come il tema della trasformazione fosse già inscritto nella storia della villa e nella cultura collezionistica di Scipione Borghese, ben prima della realizzazione di questa esposizione temporanea.

Una narrazione che attraversa i secoli

L’esposizione evita di presentare la tradizione classica come un patrimonio immobile. Al contrario, dimostra come ogni epoca abbia trasformato Ovidio secondo le proprie esigenze culturali. L’equilibrio formale del Rinascimento, la teatralità del Barocco, la sensibilità romantica e le sperimentazioni della scultura moderna vengono presentati come tappe di un unico processo di continua reinterpretazione, confermando l’inesauribile vitalità del poema nella storia dell’arte europea.

Bernini e la poetica della metamorfosi

Se esiste un artista che più di ogni altro ha saputo tradurre in immagini la forza narrativa delle Metamorfosi, questo è senza dubbio Gian Lorenzo Bernini. La scelta di dedicare la mostra agli ambienti della Galleria Borghese assume pertanto un significato che va ben oltre la disponibilità di uno straordinario contenitore museale: proprio nelle sale della villa si conserva infatti il più importante ciclo di sculture ispirate direttamente al poema ovidiano, realizzato negli anni giovanili dell’artista per il cardinale Scipione Borghese. L’esposizione invita così a rileggere questi capolavori non come episodi isolati della storia della scultura barocca, ma come parte di una più ampia riflessione sul tema della trasformazione, mettendoli in relazione con opere provenienti da musei europei e americani.

La grande innovazione di Bernini consiste nell’aver individuato proprio quell’istante che Ovidio descrive con maggiore intensità: il momento in cui una forma non è più quella precedente e non è ancora quella definitiva. Il marmo sembra perdere la propria natura minerale per trasformarsi in pelle, capelli, foglie, piume o acqua, offrendo allo spettatore l’impressione di assistere a un evento in continuo divenire. È questa capacità di rendere visibile il tempo, oltre che lo spazio, a fare delle sue sculture uno dei vertici assoluti dell’arte europea.

Apollo e Dafne: il tempo scolpito nel marmo

Fra tutte le opere presenti nella collezione permanente, Apollo e Dafne rappresenta probabilmente la più compiuta traduzione plastica del linguaggio ovidiano. Bernini sceglie infatti di non raffigurare né l’inseguimento né la trasformazione ormai conclusa, ma l’istante infinitesimale nel quale il corpo della ninfa diventa progressivamente albero. Le dita si allungano in sottili rami, i piedi affondano nel terreno trasformandosi in radici, mentre la corteccia inizia lentamente ad avvolgere il corpo ancora animato dal movimento.

Questa scelta compositiva dimostra una straordinaria comprensione del testo poetico. Ovidio costruisce infatti la tensione narrativa proprio attraverso la descrizione graduale della metamorfosi; Bernini traduce quello stesso procedimento in termini plastici, obbligando l’osservatore a muoversi attorno al gruppo scultoreo per coglierne la complessità. La visione diventa così un’esperienza temporale, nella quale ogni punto di osservazione rivela un diverso stadio della trasformazione.

Il dialogo fra parola e materia

L’accostamento fra la scultura berniniana e le opere esposte nel percorso permette di comprendere come il Barocco non si limiti a illustrare il mito, ma ne interpreti il significato più profondo. La metamorfosi diventa il simbolo della precarietà dell’esistenza, della forza delle passioni e della continua instabilità del reale, temi che caratterizzano non soltanto la cultura del Seicento, ma l’intera sensibilità occidentale. In questo senso, la mostra restituisce alla scultura di Bernini il suo contesto letterario originario, invitando il visitatore a riscoprirla attraverso una prospettiva nuova.

Il Ratto di Proserpina e il dramma della trasformazione

Analoga intensità caratterizza il Ratto di Proserpina, altra tappa fondamentale del percorso espositivo. Pur non rappresentando una metamorfosi nel senso stretto del termine, il gruppo scultoreo mette in scena un passaggio irreversibile: quello dalla luce del mondo terreno alle profondità dell’Ade. Il mito narrato da Ovidio racconta infatti una trasformazione esistenziale prima ancora che fisica, destinata a modificare per sempre il destino della giovane dea e il ciclo stesso delle stagioni.

La celebre resa illusionistica delle dita di Plutone che affondano nella carne di Proserpina, il dinamismo delle figure e la costruzione teatrale della composizione dimostrano come Bernini sia riuscito a trasformare il marmo in un materiale apparentemente vivo, rendendo tangibile la violenza dell’azione e la tensione psicologica dei protagonisti. L’esposizione evidenzia come questa ricerca formale trovi un preciso fondamento nella poetica del mutamento elaborata da Ovidio, facendo della scultura uno dei punti culminanti del dialogo fra poesia e arti figurative.

Perché visitare la mostra

L’interesse dell’esposizione risiede innanzitutto nella capacità di superare i tradizionali confini disciplinari. Letteratura classica, archeologia, storia dell’arte, collezionismo e museologia convergono in un progetto unitario che invita il pubblico a osservare il patrimonio artistico secondo prospettive nuove. Le opere non vengono presentate come capolavori isolati, ma come testimonianze di una lunga storia di riletture, interpretazioni e trasformazioni che attraversa oltre duemila anni di cultura europea.

La collaborazione internazionale con il Rijksmuseum testimonia inoltre l’importanza scientifica dell’iniziativa, nata da un dialogo fra studiosi italiani e olandesi e sviluppata in due allestimenti distinti ma complementari. La versione romana non costituisce una semplice replica della tappa di Amsterdam, bensì una configurazione autonoma, progettata in funzione degli spazi della villa e della presenza delle celebri opere berniniane, che assumono il ruolo di autentico fulcro interpretativo del percorso.

Un itinerario attraverso l’immaginario europeo

La mostra permette di comprendere come le Metamorfosi abbiano rappresentato uno dei più importanti repertori iconografici della civiltà occidentale. Dai maestri del Rinascimento fino agli scultori dell’età moderna, passando per la grande pittura barocca, il poema di Ovidio ha offerto agli artisti una straordinaria varietà di soggetti attraverso cui affrontare temi quali il desiderio, il potere, la violenza, la memoria, il rapporto fra uomo e natura e la fragilità dell’identità.

La presenza di opere di Michelangelo, Correggio, Tiziano, Rubens, Poussin, Rodin e Brancusi, poste in dialogo con la collezione permanente, consente di seguire l’evoluzione di questi temi lungo un arco cronologico di diversi secoli, evidenziando tanto la continuità della tradizione classica quanto la capacità di ogni epoca di reinterpretarne i contenuti secondo la propria sensibilità.

L’attualità del pensiero di Ovidio

A oltre duemila anni dalla sua composizione, il poema di Ovidio continua a interrogare il presente. La riflessione sul mutamento, sull’instabilità delle forme, sulla permeabilità dei confini tra essere umano, natura e divino appare oggi particolarmente attuale, in un contesto nel quale le questioni ambientali, l’identità individuale e il rapporto fra cultura e mondo naturale occupano un posto centrale nel dibattito contemporaneo. Il progetto espositivo dimostra come il mito non appartenga esclusivamente al passato, ma costituisca ancora uno strumento efficace per interpretare la complessità del presente.

Un’occasione di approfondimento storico-artistico

Per studiosi, appassionati e visitatori interessati alla storia dell’arte, l’esposizione rappresenta un’importante occasione di approfondimento. Il dialogo fra opere raramente accostate, la qualità dei prestiti internazionali e la possibilità di rileggere i grandi capolavori della collezione attraverso la lente del poema ovidiano restituiscono un’immagine più ampia e articolata della cultura figurativa europea. La mostra evidenzia come ogni artista, confrontandosi con il testo di Ovidio, abbia dato vita a una personale metamorfosi dell’immagine, confermando la straordinaria vitalità di uno dei più influenti testi della letteratura antica.

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