25 Settembre - 14 Maggio 2027
Il primo capitolo del progetto quinquennale “Catastrofe e Meraviglia” indaga il rapporto fra acqua, memoria e conoscenza attraverso manoscritti, libri antichi, incisioni, testimonianze scientifiche, materiali tipografici e interventi contemporanei. Il percorso mette in dialogo i tesori della Biblioteca Apostolica Vaticana con le installazioni di JR, l’arte tipografica di Bill Moran e i racconti gastronomici di Fulvio Pierangelini, costruendo una riflessione sul duplice volto dell’acqua, principio vitale e al tempo stesso forza capace di minacciare la sopravvivenza del patrimonio scritto.
Biblioteca Apostolica Vaticana – Cortile Belvedere, Città del Vaticano
L’evento apre un ciclo espositivo quinquennale dedicato alle minacce che incombono sul patrimonio librario mettendo in pericolo libri, manoscritti e documenti, trasformandole però in strumenti di conoscenza e riflessione. Il primo capitolo è dedicato all’acqua, materia indispensabile alla vita ma anche agente di distruzione e deterioramento. Il percorso intreccia storia del libro, scienza, conservazione e arte contemporanea, facendo dialogare documenti storici e scientifici con l’arte contemporanea di JR e Bill Moran e con la cultura gastronomica di Fulvio Pierangelini.
Una biblioteca nasce per sottrarre le parole alla dispersione del tempo; l’acqua, al contrario, può cancellarle in poche ore. Da questa opposizione prende forma “AQVA. Catastrofe e Meraviglia”, primo episodio di un progetto quinquennale nel quale la Biblioteca Apostolica Vaticana interroga le forze capaci di minacciare il patrimonio librario trasformandole in strumenti di conoscenza.
Il percorso intreccia storia del libro, arte, scienza, tecniche conservative e cultura materiale, evitando di ridurre l’acqua alla sola immagine della catastrofe. È infatti proprio la sua ambivalenza a governare la mostra: elemento indispensabile alla vita e alla ricerca scientifica, materia della navigazione e dell’alimentazione, origine di miti e paure, ma anche agente che deteriora la carta e mette in pericolo la memoria scritta. Alle collezioni vaticane si affiancano gli interventi contemporanei di JR, Bill Moran e Fulvio Pierangelini.
Il presupposto intellettuale della mostra risiede in un paradosso semplice soltanto in apparenza. I libri custodiscono la memoria delle società e sono concepiti per attraversare il tempo; eppure la loro sopravvivenza dipende da materiali vulnerabili, sensibili all’umidità, alla luce, al calore, ai microrganismi e all’azione dell’uomo. Il ciclo nasce precisamente dall’intenzione di affrontare queste minacce non esclusivamente sul piano conservativo, ma come categorie attraverso le quali riflettere sul rapporto dell’essere umano con la natura e con la propria memoria culturale. I successivi capitoli saranno dedicati anche a luce e aria, fuoco, insetti e microrganismi, fino all’intervento umano.
Per il primo episodio è stata scelta l’acqua, forse l’elemento che meglio esprime questa contraddizione. Senza acqua non esistono vita, agricoltura, alimentazione, navigazione o gran parte dei processi materiali che hanno accompagnato lo sviluppo delle civiltà. Allo stesso tempo, un’inondazione può compromettere in modo irreversibile biblioteche e archivi. La mostra costruisce dunque una progressione dalla paura alla conoscenza, modificando gradualmente il significato attribuito all’elemento naturale.
Uno dei passaggi più immediatamente legati alla vulnerabilità del patrimonio rievoca l’alluvione di Firenze del 4 novembre 1966. A sessant’anni dalla catastrofe, fotografie conservate nelle raccolte vaticane documentano le conseguenze dell’esondazione dell’Arno, quando l’acqua invase anche depositi e sale della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Il riferimento non ha una funzione puramente commemorativa: introduce il visitatore nel problema concreto della conservazione del libro e permette di comprendere come una materia normalmente associata alla vita possa trasformarsi in una forza capace di cancellare testimonianze accumulate nel corso dei secoli.
L’alluvione fiorentina occupa inoltre un posto fondamentale nella storia recente del restauro librario. L’enorme quantità di volumi e documenti danneggiati determinò una mobilitazione internazionale e impose lo sviluppo di procedure più sistematiche per il recupero della carta, la pulitura, l’asciugatura e il trattamento dei materiali compromessi dall’acqua. Nella logica della mostra, l’episodio funziona quindi come punto di passaggio tra catastrofe e capacità di risposta: la perdita diventa occasione per affinare tecniche e conoscenze destinate alla tutela futura del patrimonio.
Superata la dimensione iniziale della minaccia, il percorso assume il carattere di una Wunderkammer, una camera delle meraviglie nella quale il mondo dell’acqua appare sotto forme diverse. Bestiari marini, testimonianze relative alla navigazione sul Tevere, oggetti numismatici e libri insoliti costruiscono un paesaggio culturale in cui osservazione scientifica, immaginazione e curiosità antiquaria non sono ancora nettamente separate. Tra gli oggetti segnalati nel percorso compare anche un raro libretto cinquecentesco rilegato in pelle di squalo.
La disposizione di materiali eterogenei rimanda a una cultura della conoscenza precedente alla moderna specializzazione disciplinare. Il pesce può essere contemporaneamente organismo naturale, alimento, immagine simbolica e soggetto figurativo; il fiume può essere fenomeno geografico, via commerciale, infrastruttura e spazio narrativo. La mostra recupera questa pluralità senza rinunciare alla precisione storica, mostrando come la conoscenza del mondo acquatico si sia costruita attraverso la sovrapposizione di esperienze differenti.
Il nucleo scientifico e bibliografico dell’esposizione è costituito dall’Aquatilium animalium historia di Ippolito Salviani, pubblicato a Roma nel 1557 e presentato attraverso due esemplari di particolare pregio. Medico e naturalista del Cinquecento, Salviani affrontò lo studio degli animali acquatici secondo criteri che riflettono il progressivo consolidarsi dell’osservazione diretta nella cultura scientifica rinascimentale. Il trattato costituisce al tempo stesso un’impresa scientifica, editoriale e figurativa, nella quale qualità della stampa e precisione delle immagini partecipano alla costruzione del sapere.
L’importanza dell’Aquatilium risiede soprattutto nel metodo. Salviani scelse di trattare animali che aveva potuto studiare direttamente, ricorrendo anche a esemplari essiccati e a disegni eseguiti a grandezza e colori naturali. Per ottenere materiali adeguati fu coinvolta persino la rete diplomatica della Santa Sede, un dato che testimonia la complessità organizzativa di un progetto scientifico nella Roma del XVI secolo. La pubblicazione mostra come la conoscenza della natura richiedesse già allora una rete di osservatori, illustratori, incisori, stampatori e intermediari.
Il libro diventa così un oggetto particolarmente adatto al tema della mostra: le creature che appartengono all’acqua vengono trasferite sulla carta mediante l’incisione, assumendo una nuova esistenza visiva. Ciò che potrebbe distruggere il volume è al tempo stesso l’ambiente naturale degli organismi che esso tenta di preservare attraverso l’immagine e la parola.
Il confronto con le raccolte storiche non viene affidato a un unico linguaggio artistico. La scelta curatoriale riunisce tre autori provenienti da ambiti differenti: JR, artista noto per interventi fotografici e installazioni ambientali; Bill Moran, interprete contemporaneo della stampa tipografica tradizionale; e Fulvio Pierangelini, chef chiamato a lavorare sulla dimensione gastronomica e narrativa della materia acquatica. L’eterogeneità non è accessoria: corrisponde al carattere enciclopedico delle collezioni della Biblioteca e alla volontà di osservare l’acqua da più punti di vista.
Il primo incontro è con Diluvium, installazione site-specific realizzata da JR sulla facciata cinquecentesca della Biblioteca. L’opera prende come riferimento un’incisione ideata da Gustave Doré per la Bibbia illustrata pubblicata a Tours nel 1866. L’immagine del diluvio viene portata a una scala architettonica, facendo apparire l’edificio come investito da una massa d’acqua. Secondo la documentazione ufficiale, si tratta della prima installazione site-specific di questo tipo realizzata in Vaticano.
JR interviene sull’immagine non per illustrare letteralmente il racconto biblico, ma per produrre una frizione percettiva tra la stabilità dell’architettura e l’instabilità dell’onda. La Biblioteca è per definizione luogo della durata; l’acqua introduce invece l’idea dell’evento improvviso, della materia fuori controllo e della possibile perdita. L’installazione rende visibile la condizione paradossale del libro: contenitore di idee capaci di sopravvivere ai secoli e, contemporaneamente, oggetto fisico estremamente fragile.
Il lavoro di JR accompagna anche l’ultima parte del percorso con Undae, legata alla trasformazione della Sala Barberini in uno spazio contemplativo. La sequenza tra le due installazioni costruisce una vera traiettoria narrativa. Se l’onda iniziale irrompe come minaccia, quella conclusiva perde progressivamente il carattere catastrofico per assumere una dimensione mentale. La stessa materia viene quindi percepita in modi opposti senza che sia necessario modificarne la natura: è lo sguardo del visitatore, dopo aver attraversato il percorso della mostra, a essere cambiato.
Con Bill Moran il rapporto fra libro e acqua passa direttamente attraverso gli strumenti della tipografia. L’artista statunitense utilizza lettere, numeri e segni paragrafematici per costruire immagini di creature marine. La serie dei Letterfishes comprende quattordici lavori presenti negli ambienti espositivi, dodici stampati manualmente su carta e due realizzati in plexiglass.
Il procedimento inverte una delle regole fondamentali della stampa. I caratteri mobili, nati per comporre parole, cessano di produrre un testo leggibile e diventano unità grafiche: curve, aste, punti e controforme concorrono alla costruzione anatomica del pesce. Osservata da lontano, l’opera restituisce una figura; avvicinandosi, quella figura si disgrega nei singoli segni dell’alfabeto. L’immagine vive quindi sulla soglia tra lettura e visione, uno dei temi più pertinenti per un intervento concepito all’interno di una biblioteca.
Il dialogo con Moran acquista ulteriore significato grazie alla presenza della Typotheca Vaticana. Viene mostrato per la prima volta un armadio realizzato dalla ditta A. Fouchier, provvisto nella parte superiore di 160 piccoli cassetti destinati alle matrici in rame delle lettere. Le targhette associate ai diversi scomparti documentano la straordinaria varietà di lingue e alfabeti utilizzati dalla tipografia pontificia.
Accostare questo strumento storico ai pesci tipografici di Moran significa mettere in comunicazione due funzioni del carattere: da una parte la trasmissione filologica e linguistica del sapere, dall’altra la possibilità contemporanea di liberare la lettera dal compito semantico e trasformarla in immagine.
Il terzo autore coinvolto introduce una disciplina apparentemente più distante dalla storia della biblioteca. In realtà il lavoro di Fulvio Pierangelini permette di riannodare sapere naturalistico e cultura materiale. I pesci osservati e classificati dai naturalisti sono infatti anche ingredienti, merci, elementi dell’economia e presenze ricorrenti nella tradizione culinaria.
Pierangelini ha composto per il progetto sei racconti gastronomici, collegati anche all’agenda 2027 della Biblioteca. I testi combinano osservazioni sulla materia prima, ricordi, riferimenti letterari e scientifici e una componente ironica, facendo della ricetta non una semplice formula tecnica, ma una forma narrativa.
Attorno a questo intervento viene costruito un itinerario attraverso ricettari provenienti da aree geografiche differenti. Fra i materiali più significativi compare uno dei più antichi manoscritti del De re coquinaria di Apicio, nel quale il testo culinario è presentato attraverso una decorazione che richiama la struttura di un libro liturgico. Al patrimonio europeo si affianca, tra gli altri esempi, un raro ricettario cinese di età Song conservato in un’edizione della fine del Quattrocento e presente nelle collezioni vaticane almeno dalla metà del XVI secolo.
La gastronomia si trasforma così in uno strumento per leggere la circolazione delle conoscenze. Modi di pescare, classificare, preparare e consumare gli animali acquatici raccontano infatti rotte commerciali, scambi culturali e differenti concezioni della natura.
L’allestimento è costruito secondo una progressione narrativa piuttosto che come una successione cronologica di oggetti. La scansione ufficiale passa dall’Impatto alla Paura, quindi alla meraviglia della raccolta, alla scienza, alla tipografia, alla geografia del gusto e alle pratiche di conservazione, per terminare nell’Oceano della Mente. Ogni sezione modifica il rapporto del visitatore con l’acqua, inizialmente percepita come forza ostile e gradualmente riconosciuta come oggetto di studio, fonte di immagini e perfino strumento di cura.
Diluvium introduce immediatamente il tema della sproporzione tra essere umano e forza naturale. Il successivo richiamo all’alluvione fiorentina trasferisce questa percezione dal territorio del mito alla storia documentata. La Wunderkammer acquatica opera quindi il primo rovesciamento: ciò che incute timore diventa materia da osservare, nominare e catalogare.
Il passaggio all’Aquatilium animalium historia approfondisce questa trasformazione. L’animale marino smette di essere creatura favolosa per diventare oggetto di verifica empirica; il disegno e l’incisione partecipano alla costruzione di una scienza fondata sulla comparazione e sull’esperienza. Moran interviene subito dopo riportando quelle stesse creature nel territorio dell’immaginazione, ma mediante gli strumenti materiali della cultura tipografica.
Uno dei passaggi concettualmente più efficaci riguarda il Laboratorio di Restauro della Biblioteca Vaticana. Qui l’opposizione iniziale viene definitivamente complicata: la sostanza responsabile di alcuni dei danni più gravi ai libri può essere impiegata, sotto controllo, proprio nei processi destinati a conservarli. La mostra presenta quindi l’acqua non attraverso un giudizio assoluto, ma attraverso la relazione tra materia, quantità, tecnica e conoscenza.
La conservazione libraria richiede una comprensione fisica dell’oggetto. Un manoscritto o un volume antico non è soltanto il contenuto intellettuale che trasmette: è carta o pergamena, inchiostro, pigmento, colla, filo, cuoio e legno. Ciascuno di questi materiali reagisce diversamente all’ambiente. Inserire il restauro nel percorso consente dunque di sottrarre la biblioteca all’immagine astratta di semplice deposito del sapere, mostrando la quantità di competenze tecniche necessarie affinché la memoria possa continuare a essere consultata.
L’ultimo passaggio abbandona progressivamente il carattere analitico delle sezioni precedenti. Nella Sala Barberini l’intervento di JR conduce verso quello che il progetto definisce “Oceano della Mente”: uno spazio nel quale l’acqua non coincide più con l’evento disastroso o con l’oggetto classificato dalla scienza, ma assume il valore di immagine mentale e contemplativa.
La scelta evita una soluzione consolatoria. La vulnerabilità dei libri rimane reale, così come rimane concreto il rischio rappresentato dagli elementi naturali. Ciò che viene modificato è il modo di affrontarlo: alla paura incontrollata si sostituisce una conoscenza fondata sull’osservazione, sulla memoria storica e sulla capacità tecnica di intervenire.
L’interesse della mostra risiede innanzitutto nella possibilità di osservare il patrimonio della Biblioteca Apostolica Vaticana attraverso una prospettiva inconsueta. Manoscritti, libri a stampa, fotografie, incisioni, testimonianze tipografiche e materiali legati alla storia della scienza non sono organizzati secondo la consueta classificazione cronologica o disciplinare, ma vengono interrogati a partire da una sola materia: l’acqua.
Questo principio permette di mettere in relazione oggetti che normalmente apparterrebbero a campi distinti. L’ittiologia rinascimentale incontra l’arte contemporanea; la storia della stampa dialoga con la grafica; un ricettario medievale o rinascimentale acquista valore per comprendere la circolazione geografica delle conoscenze; la fotografia documentaria introduce alle tecniche del restauro.
Il secondo motivo di interesse riguarda il tema stesso della conservazione. Una biblioteca storica rende normalmente visibile ciò che è sopravvissuto. Più raramente mostra la possibilità della perdita. “AQVA” porta invece l’attenzione sulla vulnerabilità materiale dei documenti, ricordando che la trasmissione della cultura non è automatica: dipende da istituzioni, professionisti, tecniche, condizioni ambientali e da una continua responsabilità nella tutela.
La questione supera quindi l’ambito specialistico. Conservare un libro significa permettere a persone non ancora nate di accedere alle parole e alle immagini di epoche precedenti. L’acqua che minaccia una biblioteca diventa, in questa prospettiva, un’immagine particolarmente efficace della precarietà della memoria collettiva.
La presenza di JR e Moran non viene utilizzata come semplice aggiornamento estetico di una collezione storica. Le loro opere nascono dalle caratteristiche del luogo e dagli oggetti che vi sono custoditi. Diluvium interviene sull’architettura e sul significato stesso della Biblioteca; i Letterfishes di Moran prendono invece forma dagli elementi fondamentali della stampa.
Anche Pierangelini lavora a partire dal patrimonio documentario, utilizzando antichi testi sui pesci e ricettari come materia per nuove narrazioni. Ne deriva un dialogo nel quale il contemporaneo non sostituisce l’antico e l’antico non viene ridotto a repertorio iconografico: entrambi contribuiscono a costruire nuove associazioni.
Un ulteriore elemento di interesse è rappresentato dalla possibilità di accedere a un percorso che comprende anche il Salone Sistino, inserito nelle visite previste per l’esposizione. La fruizione consente così di accostare l’allestimento temporaneo alla dimensione storica di una delle più importanti istituzioni librarie europee, fondata nella sua forma moderna nel XV secolo e sviluppatasi come luogo di conservazione, studio e trasmissione del sapere.
“AQVA” acquista infine un significato più ampio se considerata come apertura di “Catastrofe e Meraviglia”. Il progetto prevede un itinerario pluriennale attraverso gli elementi e gli agenti che possono mettere in pericolo un patrimonio librario. L’idea curatoriale non consiste però nel costruire un catalogo di minacce: ciascuna di esse diviene occasione per interrogare il modo in cui l’essere umano reagisce a ciò che non può completamente controllare.
La scelta dell’acqua chiarisce fin dal primo appuntamento questa impostazione. Distruzione e rigenerazione, paura e conoscenza, materia e immagine non vengono presentate come categorie rigidamente separate. Lo stesso elemento che bagna e deforma la carta permette di restaurarla; ciò che alimenta il racconto del diluvio rende possibile la vita; il mare abitato da creature fantastiche dei bestiari diventa oggetto dell’osservazione scientifica di Salviani e, secoli più tardi, riappare nei pesci composti con caratteri tipografici da Moran. È proprio questa continua inversione di significato a fornire alla mostra la sua struttura critica più riconoscibile.
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