Agnès Varda – Qui e là, tra Parigi e Roma

25 Febbraio - 25 Maggio 2026

É la prima grande retrospettiva italiana dedicata a una delle voci più libere e rigorose del Novecento. Attraverso fotografia, cinema e installazioni, la mostra ripercorre il legame profondo tra luoghi, memoria e sguardo critico, mettendo in dialogo l’esperienza parigina e il rapporto privilegiato con l’Italia.

Villa Medici – Accademia di Francia. Viale della Trinità dei Monti, 1

Agnès Varda. Cléo au café du Dôme. Paris, 1961
Cléo al Café du Dôme, 14° arrondissement di Parigi, 1961. Liliane de Kermadec © Ciné-Tamaris

La mostra Agnès Varda. Qui e là, tra Parigi e Roma si configura come un attraversamento critico e sensibile dell’opera di un’autrice che ha saputo muoversi con assoluta libertà tra linguaggi, discipline e geografie. L’esposizione non si limita a una ricostruzione cronologica della sua produzione, ma propone una lettura per nuclei tematici, capace di restituire la coerenza profonda di un percorso artistico segnato dall’attenzione al reale, dall’impegno civile e da una costante riflessione sulla memoria.

Tra cinema, fotografia, installazioni e materiali d’archivio, il progetto curatoriale mette in luce il dialogo tra Parigi e Roma come luoghi simbolici e affettivi, spazi di formazione e di ritorno, entro cui lo sguardo di Varda si è progressivamente definito come uno dei più radicali coinvolgenti del nostro tempo. Ne risulta un ritratto complesso, capace di restituire la coerenza profonda di un’opera fondata sull’attenzione all’umano, sulla responsabilità dello sguardo e su una costante interrogazione del reale.

Il tema della mostra: tra geografie reali e immaginarie

Il titolo della mostra, Qui e là, evoca una condizione di movimento continuo, di attraversamento fisico e mentale che caratterizza l’intera opera di Agnès Varda. Non si tratta soltanto di uno spostamento geografico tra Parigi e Roma, ma di una postura dello sguardo: uno stare contemporaneamente dentro e fuori le cose, un osservare il mondo con partecipazione e distanza critica. La mostra assume questa tensione come chiave interpretativa, articolando il percorso espositivo intorno al rapporto tra luogo, esperienza e rappresentazione.

Parigi e Roma come spazi di formazione e ritorno

Parigi rappresenta per Varda il luogo della formazione artistica e dell’affermazione autoriale, mentre Roma emerge come spazio di confronto, di risonanza culturale e di osservazione dell’altro. La mostra restituisce questo dialogo attraverso fotografie, filmati e appunti visivi che testimoniano come le città diventino veri e propri dispositivi narrativi, capaci di influenzare la struttura stessa delle opere. Non luoghi da cartolina, ma contesti vivi, attraversati da corpi, storie marginali e tracce di memoria.

La città come organismo narrativo

Nell’opera di Varda, la città non è mai semplice sfondo. È un organismo pulsante, attraversato da relazioni sociali, tensioni politiche e microstorie individuali. La mostra mette in evidenza come lo spazio urbano diventi uno strumento per interrogare il presente, rivelando le stratificazioni del vissuto e le trasformazioni del tempo.

Il percorso espositivo

Il percorso espositivo si sviluppa negli spazi secondo una struttura fluida, che accompagna il visitatore attraverso una sequenza di ambienti tematici. L’allestimento privilegia un dialogo diretto tra opere e spazio, evitando soluzioni spettacolari a favore di una fruizione raccolta e riflessiva.

Fotografie storiche, estratti cinematografici, installazioni e materiali d’archivio compongono un corpus eterogeneo ma coerente. Il visitatore è invitato a ricostruire il processo creativo di Varda, seguendo le tracce di un pensiero visivo che si sviluppa per associazioni, ritorni e variazioni.

Il tempo come materia dell’opera

Uno degli aspetti più significativi del percorso è l’attenzione al tempo: tempo biografico, tempo storico, tempo della memoria. Le opere dialogano tra loro creando cortocircuiti temporali che invitano a riflettere sulla persistenza delle immagini e sulla loro capacità di interrogare il presente.

École du Louvre

Giunta a Parigi nel 1943, Agnès Varda intraprende un percorso di formazione che segna in modo decisivo la sua identità artistica. Frequenta l’École du Louvre e sceglie la fotografia come primo linguaggio espressivo, attratta dalla possibilità di coniugare pratica manuale e riflessione intellettuale. In questi anni condivide un appartamento nei pressi di Pigalle con altre giovani donne: le coinquiline diventano i soggetti privilegiati dei suoi primi ritratti, mentre le rive della Senna si impongono come uno dei suoi primi paesaggi urbani.

Già in questa fase iniziale affiora uno stile riconoscibile, caratterizzato da una sottile qualità enigmatica, talvolta venata di suggestioni surrealiste. La fotografia non è per Varda un mero strumento di registrazione, ma un mezzo per interrogare la relazione tra chi guarda e chi è guardato. Si delinea così una poetica dello sguardo che accompagnerà tutta la sua opera successiva.

Rue Daguerre, uno spazio di vita e di creazione

Nel 1951 Agnès Varda si stabilisce al numero 86 di rue Daguerre, un luogo destinato a diventare il centro simbolico e operativo della sua vita creativa. Riconverte due ex negozi, separati da una corte-vicolo, in atelier, studio e laboratorio. Questo spazio, insieme abitazione e luogo di lavoro, diventa anche un ambiente di condivisione, abitato dalla scultrice Valentine Schlegel e da una famiglia di rifugiati spagnoli.

La corte di rue Daguerre non è soltanto uno sfondo, ma un vero e proprio dispositivo creativo. Qui Varda organizza la sua prima esposizione fotografica nel 1954 e realizza i suoi primi film. Lo spazio domestico si trasforma in luogo di sperimentazione, in cui i confini tra vita privata e pratica artistica si fanno porosi, anticipando una modalità di lavoro che diventerà centrale nella sua opera.

Ritratti e panorama culturale del dopoguerra

Negli anni Cinquanta Varda diventa fotografa ufficiale del Théâtre national populaire diretto da Jean Vilar e del Festival di Avignone. Questa esperienza le consente di entrare in contatto con il mondo teatrale e artistico parigino, ampliando il suo raggio d’azione e affinando il suo linguaggio visivo.

I suoi scatti immortalano figure centrali della cultura del tempo: Alexander Calder, Brassaï, Suzanne Flon, Giulietta Masina, Federico Fellini. Nei ritratti, Varda unisce ironia e ambiguità, talvolta spingendosi verso una dimensione più cupa. Progressivamente si afferma come una voce singolare nel panorama intellettuale del dopoguerra, capace di restituire la complessità di un’epoca in trasformazione.

Foto-messe in scena

Parallelamente al reportage, Agnès sviluppa una pratica fotografica che rivela un approccio già profondamente cinematografico. Le sue immagini non si limitano a registrare il reale, ma sono spesso messe in scena con consapevolezza narrativa.

Come farebbe una regista, costruisce le situazioni, dirige i suoi modelli, esplora il potenziale narrativo dell’immagine fissa. Una bambina travestita da angelo o giovani attori che mimano comportamenti amorosi diventano elementi di una “foto-scrittura” in cui fotografia e cinema dialogano in modo continuo.

Parigi, la Nouvelle Vague

La relazione tra individuo e spazio urbano trova una delle sue espressioni più compiute in Cléo de 5 à 7 (1961), in cui Parigi diventa specchio degli stati d’animo della protagonista, sospesa tra attesa e paura. La città si trasforma in un organismo sensibile, capace di riflettere le tensioni interiori e sociali.

Nel 1967 torna a filmare Parigi in risonanza con l’angoscia di una giovane madre segnata dalla guerra in Vietnam. Vicina ai cineasti della Nouvelle Vague, ma sempre autonoma, inscrive il suo sguardo urbano in un dialogo costante tra sfera privata e dimensione politica, anticipando temi che diventeranno centrali nel cinema contemporaneo.

Lo sguardo sulle donne

Uno dei nuclei fondamentali della mostra è dedicato allo sguardo di Varda sulle donne e, più in generale, sull’umano. Nelle fotografie come nei film, l’autrice interroga i modi della rappresentazione femminile, rifiutando stereotipi e semplificazioni.

In L’une chante, l’autre pas prende posizione a favore dei diritti delle donne e della contraccezione, mentre già negli anni Cinquanta porta alla luce la popolazione impoverita del mercato di rue Mouffetard in L’Opéra-Mouffe. In Daguerréotypes (1975) si concentra sui commercianti della sua strada, definiti la “maggioranza silenziosa”, restituendone gesti e volti con poetica sincerità.

Ritratti di giovani attrici e attori

Fino alla metà degli anni Sessanta, la corte di rue Daguerre diventa teatro di ritratti di giovani attrici e attori, tra cui Delphine Seyrig e Gérard Depardieu. Con il tempo, questo spazio si trasforma simbolicamente in una corte-giardino, luogo di memoria e di autorappresentazione.

In opere come Les Plages d’Agnès (2008), la corte si estende idealmente fino alla strada e diventa il punto di partenza di un racconto autobiografico in cui Agnès si mette in scena, riflettendo sul proprio percorso e sul senso stesso del fare immagini.

Quartiere e rive della Senna

La Parigi di Varda non è mai quella dei cliché. Il suo sguardo si posa su ciò che passa inosservato, sui luoghi familiari, sul quartiere e sulle rive della Senna. I materiali presentati in mostra rivelano una macchina da presa che attraversa lo spazio urbano con curiosità e rigore.

Finzione, documentario, pubblicità, lungometraggi e cortometraggi convivono in un corpus eterogeneo, in cui ogni forma diventa occasione per interrogare il rapporto tra immagine e realtà.

Italia. Focus speciale per Villa Medici

Un nucleo specifico della mostra è dedicato al rapporto di Agnès con l’Italia. Nel 1959, durante un viaggio a Venezia e nei dintorni, fotografa scene di vita quotidiana, cogliendo motivi ricorrenti come il bucato alle finestre e i giochi di luce e ombra.

Roma e il dialogo con il cinema italiano

Nel 1963, inviata a Roma per fotografare Luchino Visconti, fa visita a  Jean-Luc Godard sul set de Il disprezzo e coglie l’occasione di ritrarre affermate star del cinema come Brigitte Bardot, Jack Palance e Michel Piccoli. Questo soggiorno romano consolida un dialogo profondo con il cinema italiano e trova oggi, a Villa Medici, una naturale risonanza.

Perché visitare la mostra

Visitare la mostra significa confrontarsi con un’opera che ha saputo rinnovare profondamente il linguaggio visivo contemporaneo. La mostra offre l’occasione di comprendere come l’arte possa essere al tempo stesso rigorosa e accessibile, politica e poetica, intima e universale.

In un’epoca segnata da specializzazioni e compartimentazioni disciplinari, il percorso di Varda appare di straordinaria attualità. La sua capacità di attraversare i linguaggi senza mai perdere coerenza rappresenta una lezione di libertà e di rigore, fondamentale per comprendere le trasformazioni dell’arte contemporanea.

Una lezione di libertà artistica

La mostra non propone risposte definitive, ma sollecita domande. Invita il visitatore a rallentare, a osservare, a interrogarsi sul proprio modo di guardare il mondo. In questo senso, Villa Medici diventa non solo sede espositiva, ma spazio critico, luogo di confronto tra passato e presente, tra memoria individuale e storia collettiva.

Le curatrici e il progetto scientifico

La Parigi di Agnès Varda

La sezione parigina della mostra è curata da Anne de Mondenard, conservatrice generale del patrimonio e responsabile del Dipartimento di Fotografia e Immagini digitali del Museo Carnavalet – Histoire de Paris. Il suo lavoro si distingue per l’attenzione al legame tra Varda e la città, letto attraverso una prospettiva storica e visiva di grande rigore.

L’Italia di Agnès Varda

La sezione italiana è curata da Carole Sandrin, conservatrice responsabile dei fondi fotografici dell’Institut pour la photographie di Lille. Il suo contributo mette in luce la dimensione transnazionale dell’opera di Varda e il ruolo centrale dell’Italia nel suo immaginario visivo.

 

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