20 Dicembre - 11 Ottobre 2026
Cent’anni di arte moderna e contemporanea a Roma raccontati attraverso la storia della Galleria Comunale come istituzione pubblica, laboratorio critico e archivio della modernità. Un percorso che intreccia collezioni, politiche culturali e trasformazioni dei linguaggi artistici, restituendo il ruolo del museo nella costruzione dell’identità visiva della città attraverso un secolo di trasformazioni culturali.
Galleria Comunale d’Arte Moderna – Via Francesco Crispi, 24
Con “GAM 100. Un secolo di Galleria comunale 1925–2025”, Roma celebra il centenario della propria Galleria d’Arte Moderna, ripercorrendo un secolo di scelte collezionistiche, politiche culturali e trasformazioni del gusto. La mostra offre una lettura critica della storia del museo come istituzione pubblica e come osservatorio privilegiato dell’arte moderna e contemporanea italiana.
La mostra nasce come un progetto di ampio respiro storico e critico, concepito per celebrare il centenario della fondazione della Galleria Comunale d’Arte Moderna di Roma, istituita nel 1925 come primo museo civico italiano dedicato all’arte moderna. L’esposizione non si limita a commemorare una ricorrenza, ma costruisce un articolato dispositivo narrativo che intreccia opere, documenti e contesti, restituendo la complessità di un’istituzione che ha accompagnato, interpretato e talvolta anticipato le trasformazioni dell’arte del Novecento e del primo XXI secolo. In questo senso, la mostra si configura come una riflessione sul museo stesso: sulle sue funzioni, sulle sue responsabilità pubbliche e sul suo ruolo nella costruzione della memoria culturale di Roma.
La nascita della Galleria Comunale d’Arte Moderna rappresenta un passaggio cruciale nella storia culturale della capitale. Fondata in un momento di profonda ridefinizione del rapporto tra arte, città e istituzioni, la GAM si pone fin dall’inizio come uno spazio dedicato alla contemporaneità, capace di dialogare con il presente senza rinunciare a una visione storica. Nel corso di cento anni, il museo ha attraversato fasi diverse, rispecchiando mutamenti politici, estetici e sociali, ma mantenendo costante la propria vocazione pubblica.
Il periodo compreso tra il 1925 e la metà del Novecento rappresenta la fase fondativa dell’identità della Galleria Comunale d’Arte Moderna. In questi decenni, il museo si confronta con il difficile compito di definire cosa significhi “arte moderna” in un contesto ancora fortemente legato alla tradizione accademica e alla rappresentazione figurativa.
Le prime acquisizioni riflettono una modernità prudente, spesso mediata da linguaggi che mantengono un saldo legame con la realtà visibile. Tuttavia, già in questa fase emergono segnali di tensione e di inquietudine, soprattutto attraverso gli artisti legati alla Scuola Romana. Figure come Mario Mafai e Scipione incarnano una modernità anti-retorica, segnata da un’espressività intensa e da una visione drammatica della realtà, in netto contrasto con le istanze ufficiali del periodo.
Parallelamente, la presenza di artisti come Giorgio de Chirico introduce una dimensione metafisica e concettuale che amplia radicalmente l’orizzonte del museo. In questa fase, la GAM costruisce progressivamente una propria identità, oscillando tra adesione e distanza critica rispetto ai modelli dominanti, e ponendo le basi per le successive aperture alla sperimentazione del secondo dopoguerra.
Il periodo fino alla metà del Novecento emerge così come una fase di sedimentazione, in cui il museo definisce i propri strumenti interpretativi e il proprio ruolo pubblico, preparando il terreno per le trasformazioni radicali che caratterizzeranno la seconda metà del secolo.
Il secondo dopoguerra rappresenta per la Galleria d’Arte Moderna un momento di profonda ridefinizione identitaria. La frattura storica determinata dal conflitto impone al museo non solo un aggiornamento linguistico, ma una riconsiderazione del proprio ruolo culturale all’interno della società. In questa fase, la GAM si confronta con la necessità di superare una concezione puramente rappresentativa dell’arte, aprendosi a pratiche che mettono in discussione la figurazione, il soggetto e la funzione stessa dell’opera.
L’ingresso delle ricerche astratte, informali e segnico-materiche non avviene come semplice adeguamento alle tendenze internazionali, ma come risposta critica a un contesto segnato da trauma, ricostruzione e ridefinizione etica. L’arte contemporanea viene riconosciuta come spazio di interrogazione, più che di consolazione: un campo in cui il linguaggio visivo diventa strumento di conoscenza e di resistenza simbolica. In questo senso, la GAM assume progressivamente il ruolo di mediatore tra sperimentazione artistica e pubblico, favorendo una fruizione che non semplifica, ma problematizza.
Il tema portante della mostra non è la celebrazione autoreferenziale dell’istituzione, bensì la lettura critica della collezione come progetto culturale. La mostra interpreta la raccolta non come un insieme neutro di opere, ma come il risultato di scelte, esclusioni, orientamenti ideologici e visioni stratificate nel tempo.
Ogni acquisizione viene implicitamente letta come atto politico e culturale: un posizionamento rispetto al presente e una presa di responsabilità verso il futuro. In questo quadro, la collezione diventa una forma di scrittura storica, capace di restituire non solo l’evoluzione dei linguaggi artistici, ma anche il mutamento dei criteri di legittimazione dell’arte moderna e contemporanea. La mostra evidenzia come la GAM abbia progressivamente abbandonato l’idea di un canone stabile, adottando una visione dinamica e aperta della modernità.
Uno dei concetti chiave della mostra è l’idea della collezione come archivio della modernità. In questo contesto, l’archivio non va inteso come deposito statico di opere, ma come sistema attivo di selezione, interpretazione e trasmissione del sapere visivo. La collezione della Galleria d’Arte Moderna si configura dunque come un dispositivo critico, capace di riflettere le tensioni, le contraddizioni e le ambiguità che attraversano la modernità artistica.
Ogni opera diventa una traccia, un documento di una specifica posizione storica e culturale. La presenza simultanea di linguaggi figurativi, astratti, informali e concettuali restituisce un’immagine della modernità come campo plurale e conflittuale, lontano da qualsiasi idea di progresso lineare. In questo senso, la collezione non certifica una storia già scritta, ma rende visibili le condizioni della sua costruzione.
La mostra evidenzia come l’archivio museale sia anche un luogo di memoria selettiva: ciò che viene conservato, esposto e valorizzato convive con ciò che è rimasto ai margini o è stato escluso. Questa consapevolezza critica rafforza il ruolo della GAM come istituzione capace di interrogare se stessa e di mettere in discussione i propri paradigmi interpretativi.
Uno degli aspetti più significativi del percorso espositivo è la compresenza di artisti appartenenti a generazioni e poetiche profondamente diverse, messi in relazione non secondo gerarchie precostituite, ma attraverso nuclei tematici e affinità concettuali. La collezione della GAM testimonia la pluralità dei linguaggi che hanno attraversato il Novecento italiano, dalla persistenza della figurazione alle più radicali sperimentazioni.
Accanto a figure storicizzate come Giorgio de Chirico, la cui opera interroga il rapporto tra tempo, memoria e rappresentazione, emergono artisti che hanno ridefinito il concetto stesso di forma e materia, come Alberto Burri, la cui ricerca segna una frattura decisiva con la tradizione pittorica. La presenza di Mario Mafai e Scipione restituisce invece il ruolo centrale della Scuola Romana nella costruzione di una modernità inquieta e anti-retorica.
La mostra mette in evidenza come la GAM abbia saputo accogliere linguaggi divergenti, senza ridurli a un’unica narrazione, favorendo una lettura complessa e non pacificata della storia dell’arte italiana.
La collezione della Galleria Comunale d’Arte Moderna di Roma restituisce una lettura stratificata della pittura italiana tra XIX e XX secolo, dove la nozione di “moderno” non coincide con un’unica avanguardia, ma con un sistema di tensioni: figurazione e astrazione, memoria e sperimentazione, identità urbana e orizzonte internazionale. I principali pittori italiani presenti in collezione possono essere ricondotti a nuclei storico-critici che chiariscono tanto l’evoluzione dei linguaggi quanto la funzione del museo come archivio della modernità.
Un asse fondamentale della collezione è costituito dalla Scuola Romana, che elabora una modernità anti-retorica e profondamente esistenziale. In questi artisti la pittura diventa il luogo di una percezione instabile del reale: la città, il corpo, il tempo storico si traducono in un linguaggio emotivo, spesso drammatico, refrattario a ogni pacificazione.
La presenza della pittura metafisica in collezione sottolinea l’attenzione della GAM per quelle ricerche che hanno messo in crisi l’idea stessa di rappresentazione. Qui lo spazio non è più un ambiente “da descrivere”, ma una macchina concettuale che interroga il rapporto tra oggetto, memoria e sguardo.
Accanto alle linee più sperimentali, la collezione conserva opere di artisti che rinnovano la figurazione senza recidere il legame con la tradizione, elaborando un realismo moderno fondato sulla disciplina compositiva, sulla qualità del disegno e sulla densità psicologica dell’immagine.
Il secondo dopoguerra introduce nella collezione un passaggio decisivo: la pittura non coincide più con l’immagine, ma con la materia e con il processo. La superficie diventa campo di azione, ferita, sedimentazione; il gesto e il segno assumono un valore conoscitivo, spesso legato alla necessità di rifondare il linguaggio dopo la crisi della storia.
La collezione documenta anche l’emersione di una contemporaneità più direttamente connessa ai media, alla cultura urbana e ai simboli del potere. In questo ambito, la pittura interroga la società delle immagini, la serialità, l’iconografia politica, ridefinendo il rapporto tra opera e comunicazione.
Questi nuclei non definiscono un repertorio esaustivo, ma rivelano la logica culturale della raccolta: la GAM conserva la pittura italiana non come sequenza lineare di stili, bensì come campo di confronto tra continuità e fratture. La collezione diventa così uno strumento per leggere il Novecento come storia di linguaggi in competizione, dove ogni opera è, insieme, documento estetico e indice delle trasformazioni sociali e istituzionali che hanno modellato l’idea stessa di modernità.
Il percorso espositivo è concepito come una struttura narrativa complessa, in cui la scansione cronologica dialoga costantemente con nuclei tematici e concettuali. Non si tratta di una semplice successione di periodi storici, ma di un dispositivo critico che rende visibili le logiche interne della collezione e le trasformazioni del museo come istituzione.
Le sale accompagnano il visitatore attraverso momenti di densità storica differenti, alternando sezioni di carattere documentario – in cui emergono il contesto istituzionale, le politiche di acquisizione, il ruolo degli amministratori e dei direttori – a spazi più propriamente analitici, dedicati al confronto diretto tra le opere. In questo modo, il percorso evita la retorica celebrativa e costruisce invece una lettura problematica, in cui le opere non sono isolate come capolavori autosufficienti, ma inserite in una rete di relazioni storiche, culturali e ideologiche.
L’allestimento sottolinea inoltre la dimensione processuale della collezione: il museo non appare come un organismo compiuto, ma come una struttura in continuo divenire, attraversata da revisioni, ripensamenti e aggiornamenti. Il visitatore è così invitato a leggere la storia della GAM non come un racconto lineare, bensì come una stratificazione di sguardi sul moderno.
Fondata nel 1925, la Galleria Comunale d’Arte Moderna nasce in un contesto in cui il museo civico assume una funzione eminentemente pedagogica e identitaria. Fin dalle origini, l’istituzione si pone come spazio di mediazione tra tradizione e modernità, chiamata a rappresentare l’arte del presente senza recidere il legame con la storia.
L’identità museale della GAM si costruisce attraverso una tensione costante tra apertura e controllo, tra sperimentazione e riconoscimento istituzionale. Le prime collezioni riflettono una modernità ancora ancorata alla figurazione, ma già attraversata da istanze di rinnovamento. In questo senso, la mostra evidenzia come l’identità del museo non sia mai stata monolitica, ma il risultato di negoziazioni continue tra estetica, politica culturale e pubblico.
Il dialogo tra tradizione e sperimentazione costituisce una delle linee di forza dell’intero percorso espositivo. La GAM non si configura come luogo di rottura radicale, ma come spazio di attrito produttivo, in cui linguaggi consolidati e pratiche emergenti convivono e si interrogano reciprocamente.
La mostra mostra come la modernità artistica non si sviluppi per sostituzione, ma per sovrapposizione e rielaborazione. La persistenza della figurazione accanto all’astrazione, la coesistenza di pittura e scultura con pratiche concettuali e installative, restituiscono un’immagine della storia dell’arte come processo non lineare, segnato da ritorni, resistenze e slittamenti semantici.
Infine, “GAM 100” propone una riflessione esplicita sul museo come spazio critico, non neutrale né puramente conservativo. La GAM emerge come un dispositivo culturale attivo, capace di produrre significato attraverso l’allestimento, il confronto tra le opere e la costruzione di percorsi interpretativi.
In questa prospettiva, il museo non è solo il luogo della memoria, ma un laboratorio di senso, in cui il passato viene costantemente riletto alla luce del presente. La mostra invita il visitatore a riconoscere il carattere costruito di ogni narrazione museale, stimolando una fruizione consapevole e critica. È in questa funzione riflessiva che la Galleria d’Arte Moderna riafferma, nel suo centenario, la propria attualità culturale.
Visitare “GAM 100” significa confrontarsi con una storia che è al tempo stesso artistica e civile. La mostra offre strumenti critici per comprendere il ruolo delle istituzioni museali nella definizione dell’identità culturale di una città come Roma, mettendo in evidenza il valore pubblico della collezione.
L’esposizione si rivolge non solo a un pubblico generico, ma anche a studiosi, storici dell’arte e professionisti del settore, proponendo una lettura approfondita e documentata. La ricchezza dei materiali esposti consente diversi livelli di interpretazione, rendendo la visita un’esperienza di studio oltre che di fruizione estetica.
La mostra invita infine a riflettere sulla GAM contemporanea, sul suo ruolo attuale e sulle prospettive future. In questo senso, il centenario diventa un punto di osservazione privilegiato per interrogarsi sul destino dei musei d’arte moderna e contemporanea nel XXI secolo.
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