3 Novembre - 4 Aprile 2027
La mostra ripercorre il ruolo decisivo della collezionista e gallerista Ileana Sonnabend nella diffusione delle avanguardie artistiche tra Europa e Stati Uniti. Attraverso oltre cinquanta opere di 35 artisti, il percorso ricostruisce le trasformazioni della ricerca visiva dalla Pop Art all’Arte Povera, dal Minimalismo all’arte concettuale, mettendo in luce il contributo di una protagonista del sistema internazionale dell’arte del secondo Novecento.
Palazzo Esposizioni – via Nazionale 194
Tra le figure che hanno contribuito a modificare profondamente la geografia e i meccanismi di riconoscimento dell’arte contemporanea nel secondo Novecento, Ileana Sonnabend occupa una posizione di particolare rilievo. Collezionista e gallerista capace di individuare con anticipo le potenzialità di linguaggi ancora sperimentali, Sonnabend ha favorito l’incontro tra le ricerche artistiche europee e quelle statunitensi, contribuendo alla circolazione internazionale di opere e idee che avrebbero ridefinito il panorama visivo del dopoguerra.
La mostra, curata da Mario Codognato, approfondisce questa vicenda attraverso una selezione di oltre cinquanta opere realizzate da 35 artisti, provenienti dalla Sonnabend Collection Foundation di New York, dalla collezione conservata a Mantova e da altre raccolte pubbliche e private. Dipinti, sculture, installazioni e lavori concettuali compongono un percorso che attraversa alcune delle principali trasformazioni artistiche internazionali, mettendo in relazione esperienze differenti e restituendo il ruolo esercitato da una gallerista nella costruzione della cultura visiva contemporanea.
Nata nel 1914 e scomparsa nel 2007, Ileana Sonnabend fu una delle personalità più influenti nel processo di affermazione dell’arte contemporanea internazionale. Il suo contributo non si limitò alla raccolta di opere significative o alla gestione di spazi espositivi: attraverso un’attività continuativa di selezione, promozione e confronto, partecipò attivamente alla definizione dei criteri con cui venivano riconosciute e interpretate le nuove ricerche artistiche.
La sua storia si intreccia con una fase di profonda trasformazione culturale, nella quale il tradizionale primato dei centri europei venne progressivamente ridefinito dall’emergere di New York come polo essenziale della produzione artistica. In questo contesto, Sonnabend seppe riconoscere la portata di opere che mettevano in discussione le convenzioni della pittura e della scultura, ampliando il campo dell’arte verso nuovi materiali, immagini provenienti dalla cultura di massa, procedimenti seriali e pratiche concettuali.
Il suo interesse si rivolse a personalità differenti per formazione, provenienza e orientamento estetico. La varietà degli artisti sostenuti testimonia una concezione dell’arte contemporanea non riducibile a un’unica corrente o a una successione lineare di stili. Piuttosto, la ricerca emerge come un campo di tensioni nel quale convivono la riflessione sull’immagine, l’indagine sulla materia, la trasformazione dell’oggetto e la ridefinizione del rapporto tra opera e spettatore.
Un elemento centrale della vicenda di Sonnabend è rappresentato dalla dimensione internazionale della sua attività. Insieme al marito Michael Sonnabend, sviluppò una rete di gallerie che collegava alcuni dei principali centri di produzione e diffusione dell’arte contemporanea. La sede parigina, attiva dal 1962 al 1980, quella di Ginevra, operativa nel 1974 e nel 1975, e la galleria newyorkese, attiva dal 1970 al 2014, costituirono luoghi di presentazione e confronto per artisti destinati a esercitare un’influenza duratura.
La scelta di operare su entrambe le sponde dell’Atlantico rispondeva a una precisa visione culturale. Le esperienze artistiche statunitensi potevano essere presentate al pubblico europeo, mentre le ricerche sviluppate in Europa trovavano occasioni di visibilità negli Stati Uniti. In questo modo, la galleria diventava uno spazio di mediazione, capace di mettere in circolazione opere, idee e modalità espressive che altrimenti avrebbero incontrato maggiori difficoltà nel superare i confini nazionali.
La collaborazione con gli artisti non si esauriva nella presentazione delle opere. La continuità delle relazioni, la disponibilità a sostenere proposte non ancora pienamente riconosciute e la capacità di costruire un contesto per la loro lettura contribuirono a consolidare la reputazione internazionale di numerosi protagonisti dell’arte del secondo Novecento. Dalla prospettiva offerta dalla mostra, la storia delle gallerie Sonnabend diventa quindi anche una storia dei processi attraverso i quali l’innovazione artistica acquista visibilità e viene recepita da un pubblico più ampio.
La Sonnabend Collection costituisce una testimonianza concreta di questa attività. Le opere raccolte non sono soltanto esempi significativi di singoli percorsi artistici, ma documentano una precisa interpretazione delle trasformazioni in corso. La collezione permette di osservare come le scelte di una gallerista abbiano contribuito a mettere in relazione linguaggi diversi, anticipando sviluppi che sarebbero diventati centrali nella storia dell’arte contemporanea.
In questa prospettiva, il collezionismo assume una funzione che supera la dimensione privata. La selezione delle opere, la loro conservazione e la possibilità di presentarle in contesti espositivi pubblici rendono leggibile una rete di relazioni culturali e professionali. Ogni lavoro acquista significato sia per le proprie caratteristiche formali sia per la posizione che occupa all’interno di una storia più ampia, fatta di scelte, scambi e riconoscimenti.
La mostra romana si concentra proprio su questa duplice dimensione: da un lato, consente di incontrare opere fondamentali per la comprensione dell’arte internazionale; dall’altro, invita a considerare la figura di Sonnabend come parte attiva del processo storico che le ha portate all’attenzione del pubblico. Il risultato è una lettura nella quale la storia delle opere e quella del loro riconoscimento si illuminano reciprocamente.
Uno dei nuclei più riconoscibili del percorso riguarda la Pop Art, movimento che ha messo in discussione la separazione tra cultura alta e cultura di massa, introducendo nel linguaggio artistico immagini, oggetti e procedimenti derivati dalla comunicazione commerciale e dai mezzi di riproduzione. In questo ambito, le opere di Andy Warhol e Roy Lichtenstein rappresentano due interpretazioni fondamentali della nuova centralità dell’immagine nella società contemporanea.
La presenza di questi artisti consente di comprendere quanto la Pop Art abbia inciso sulla concezione stessa dell’opera. Il soggetto non deve necessariamente derivare dalla tradizione storica o dalla rappresentazione della realtà naturale: può provenire dalla pubblicità, dai giornali, dal cinema e dalla comunicazione di massa. Il gesto artistico si sposta così anche sul terreno della selezione, della trasformazione e della ricontestualizzazione delle immagini.
Il rinnovamento del linguaggio artistico statunitense trova un’altra espressione significativa nelle opere di Jasper Johns e Robert Rauschenberg. Entrambi hanno contribuito a superare la distinzione rigida tra pittura, oggetto e immagine, aprendo nuove possibilità di relazione tra i materiali della vita quotidiana e la costruzione dell’opera.
Questi lavori permettono di cogliere un passaggio essenziale nell’arte del dopoguerra: la pittura non scompare, ma viene ripensata attraverso l’incontro con altre forme di produzione visiva. L’oggetto quotidiano, il segno e il materiale assumono una nuova dignità estetica, mentre l’opera diventa il luogo di una sperimentazione che coinvolge la percezione e le abitudini dello spettatore.
La mostra comprende anche esperienze riconducibili al Minimalismo e all’Arte Concettuale, due orientamenti che hanno modificato in modo sostanziale il rapporto tra oggetto artistico, spazio e significato. Pur nella diversità dei rispettivi presupposti, entrambi hanno contribuito a mettere in discussione l’idea dell’opera come espressione esclusiva della soggettività dell’artista o come composizione destinata principalmente alla contemplazione estetica.
Nel Minimalismo, la riduzione delle forme e l’impiego di strutture essenziali spostano l’attenzione sulle proprietà fisiche dell’oggetto e sulle condizioni della sua percezione. La geometria, la ripetizione e la scelta dei materiali diventano elementi costitutivi del lavoro, mentre lo spazio espositivo partecipa attivamente all’esperienza. Le opere non si esauriscono nella loro configurazione materiale: assumono significato anche attraverso la distanza, la posizione e il movimento di chi le osserva.
Le ricerche concettuali ampliano ulteriormente questo campo, attribuendo particolare importanza all’idea, alla procedura e ai sistemi che rendono possibile l’esistenza dell’opera. La dimensione materiale può essere ridotta, trasformata o subordinata a un progetto intellettuale, mentre il linguaggio e le convenzioni espositive diventano essi stessi oggetto di indagine.
La presenza di artisti come Dan Flavin, Robert Morris, John McCracken, Mel Bochner e Barry Le Va restituisce la varietà di queste sperimentazioni. Le loro ricerche mostrano come, tra gli anni Sessanta e Settanta, l’arte abbia progressivamente esteso il proprio campo d’azione, interrogando non soltanto ciò che viene rappresentato, ma anche le condizioni attraverso le quali una forma viene riconosciuta come opera.
Un altro importante ambito di approfondimento è rappresentato dall’Arte Povera, esperienza sviluppatasi in Italia nella seconda metà degli anni Sessanta e caratterizzata dall’impiego di materiali non convenzionali, dall’attenzione ai processi naturali e dalla critica alle gerarchie consolidate della produzione artistica. Il movimento non corrisponde a uno stile unitario: raccoglie ricerche differenti, accomunate dalla volontà di ampliare le possibilità espressive della materia e di mettere in discussione l’idea dell’opera come oggetto stabile e autosufficiente.
Le opere di Giovanni Anselmo, Pier Paolo Calzolari, Jannis Kounellis, Mario Merz, Michelangelo Pistoletto e Gilberto Zorio documentano la pluralità di questa stagione. Elementi naturali, materiali industriali, componenti organiche e strutture fisiche possono assumere un ruolo determinante, rendendo visibili fenomeni di trasformazione, equilibrio, energia e relazione. L’opera si apre così a una dimensione processuale, nella quale il tempo e le condizioni ambientali possono concorrere alla sua definizione.
La ricerca di Michelangelo Pistoletto, in particolare, ha contribuito a rinnovare il rapporto tra immagine, spazio e presenza dello spettatore, mentre il lavoro di Mario Merz si confronta con strutture, cicli e sistemi che collegano la materia a modelli di organizzazione del mondo. Kounellis, attraverso l’impiego di materiali e oggetti provenienti dalla realtà concreta, ha ampliato il campo della scultura e della rappresentazione, facendo emergere tensioni tra cultura, storia e dimensione quotidiana.
La rilevanza di queste presenze nella collezione Sonnabend risiede anche nella loro capacità di dialogare con le ricerche americane. Accostare l’Arte Povera alla Pop Art o al Minimalismo non significa annullare le differenze tra i contesti culturali, ma osservare come artisti operanti in ambienti diversi abbiano affrontato questioni analoghe con strumenti e finalità differenti. La mostra restituisce così la complessità di una scena internazionale nella quale le innovazioni non procedono secondo una sola direzione.
Il percorso si estende oltre le esperienze storiche degli anni Sessanta e Settanta, includendo artisti che hanno proseguito o rielaborato le questioni aperte dalle avanguardie. Le opere di Jeff Koons, Ashley Bickerton e Luigi Ontani testimoniano la pluralità degli sviluppi successivi e la persistenza di una riflessione sul rapporto tra oggetto, immagine, identità e cultura visiva.
Koons ha indagato la relazione tra arte, consumo e produzione industriale, interrogando i criteri attraverso i quali un oggetto acquista valore estetico e culturale. Bickerton si confronta con i codici della società contemporanea e con le convenzioni che definiscono il riconoscimento dell’opera, mentre Ontani sviluppa un linguaggio nel quale identità, autorappresentazione, riferimenti mitologici e tradizioni figurative si intrecciano in forme ibride.
La presenza di questi artisti amplia la prospettiva storica della rassegna. Le questioni emerse con la Pop Art, il Minimalismo e l’Arte Concettuale non vengono presentate come capitoli definitivamente conclusi, ma come strumenti ancora utili per interpretare le trasformazioni dell’arte. La continuità tra le diverse generazioni risulta leggibile proprio attraverso le relazioni che la collezione permette di costruire.
Il progetto espositivo si sviluppa nelle otto sale del piano nobile e propone una disposizione che privilegia il confronto tra le opere, anziché una semplice successione cronologica o una suddivisione rigida per movimenti artistici. L’allestimento si configura come una composizione articolata, nella quale accostamenti e contrasti consentono di mettere in evidenza affinità formali, differenze di linguaggio e distanze culturali.
Questo impianto rispecchia la natura della collezione e il metodo con cui Sonnabend ha costruito nel tempo la propria rete di relazioni artistiche. Le opere sono considerate sia nella loro autonomia sia in rapporto alle altre presenze, secondo una logica che permette di osservare come problemi simili possano essere affrontati attraverso soluzioni diverse. La geometria essenziale di un lavoro minimalista, la forza mediatica di un’immagine pop e la materialità di una scultura possono così diventare termini di un confronto che coinvolge l’intero spazio espositivo
Il visitatore è invitato a soffermarsi sulle caratteristiche dei singoli lavori, ma anche a riconoscere le relazioni che si stabiliscono tra loro. Un accostamento può evidenziare la centralità del segno, un altro il ruolo della materia, un altro ancora la trasformazione dell’oggetto comune in dispositivo artistico. L’interpretazione nasce quindi dall’osservazione diretta e dalla possibilità di costruire collegamenti tra esperienze differenti.
Tra le opere presenti figurano opere di particolare rilievo provenienti dalla Sonnabend Collection Mantova, la raccolta esposta permanentemente dal 2025 al Palazzo della Ragione. Il loro prestito alla sede romana mette in evidenza il rapporto tra i due progetti espositivi, concepiti come occasioni complementari per approfondire la storia della collezione e la sua importanza nel panorama internazionale.
Questi cinque lavori permettono di comprendere la varietà delle ricerche statunitensi che hanno contribuito a ridefinire l’arte del dopoguerra. Il loro inserimento nel percorso romano assume inoltre un significato ulteriore: rende possibile osservare opere conservate a Mantova all’interno di un contesto più ampio, dove entrano in relazione con esperienze europee e con altri protagonisti della collezione.
Il lavoro di Johns affronta il segno numerico come elemento visivo, sottraendolo alla sua funzione puramente convenzionale. La forma dell’otto diventa oggetto di una riflessione sulla percezione e sulla possibilità che un simbolo familiare acquisti nuove valenze attraverso la pittura superando la tradizionale distinzione tra rappresentazione e segno.
La familiarità del segno non impedisce una lettura complessa: il numero è contemporaneamente simbolo, figura e superficie da osservare. L’opera mette in evidenza il carattere convenzionale delle immagini e la possibilità di renderle nuovamente problematiche attraverso la pittura.
La ricerca di Rauschenberg amplia la nozione di quadro attraverso l’integrazione di elementi eterogenei e l’apertura verso la dimensione materiale dell’oggetto. Kite, del 1963, è espressione di un approccio nel quale la costruzione dell’opera può coinvolgere materiali, oggetti e procedimenti non riconducibili alla sola stesura pittorica.
La composizione si configura come uno spazio di relazioni, nel quale la presenza fisica degli elementi modifica la percezione dell’immagine e mette in discussione l’autonomia convenzionale della superficie dipinta. Il lavoro si inserisce in un percorso che mette in relazione pittura e realtà concreta, mostrando come la costruzione dell’immagine possa avvenire attraverso procedimenti che oltrepassano i confini del supporto tradizionale.
Roy Lichtenstein, invece, si confronta con i codici visivi del fumetto e della stampa commerciale. In Wall Explosion II, del 1965, l’immaginario della cultura popolare viene trasferito in un contesto artistico attraverso un linguaggio controllato, caratterizzato da contorni netti, contrasti e riferimenti alla rappresentazione grafica. L’opera mostra come un repertorio apparentemente familiare possa diventare oggetto di una riflessione sui modi in cui le immagini vengono prodotte, riconosciute e consumate.
Lichtenstein trasferisce nel campo dell’arte i codici visivi della comunicazione popolare, facendo emergere il carattere artificiale e convenzionale delle immagini riprodotte. L’artista permette di approfondire la sua riflessione sulla stampa, sul fumetto e sui meccanismi attraverso i quali la cultura di massa produce forme immediatamente riconoscibili.
La presenza di Nauman introduce una ricerca nella quale la forma, il corpo e lo spazio assumono un ruolo essenziale. Il lavoro si colloca in un contesto di sperimentazione che mette in discussione le categorie tradizionali della scultura e invita a considerare l’opera attraverso le sue caratteristiche fisiche e le condizioni della sua esperienza.
La composizione di Warhol affronta il rapporto tra immagine pubblica e memoria, attraverso la ripetizione di fotografie associate a Jacqueline Kennedy. La serialità trasforma un’immagine storica in una struttura visiva che richiama la circolazione mediatica degli eventi e la progressiva trasformazione dell’esperienza in rappresentazione.
Warhol ha trasformato la ripetizione e la serialità in strumenti per interrogare il rapporto tra celebrità, consumo e riproducibilità. L’immagine, sottratta alla sua unicità tradizionale, diventa un elemento che può essere replicato, variato e distribuito, assumendo significati diversi a seconda del contesto. Nine Jackies, del 1964, affronta la circolazione mediatica della figura di Jacqueline Kennedy attraverso la reiterazione di fotografie legate a un momento storico traumatico. La ripetizione non cancella la carica emotiva dell’immagine, ma la pone in tensione con i meccanismi attraverso i quali i media costruiscono e diffondono la memoria collettiva.
Nel complesso, la rassegna riunisce oltre cinquanta opere di 35 artisti, tra i quali figurano anche Arman, John Baldessari, Georg Baselitz, Christo, Jim Dine, Tano Festa, Gilbert & George, Giorgio Griffa, Giulio Paolini, A. R. Penck, Mimmo Rotella, Mario Schifano, Richard Serra e Cy Twombly. La varietà delle presenze riflette l’ampiezza degli interessi di Sonnabend e la sua attenzione per pratiche che, pur muovendosi in direzioni diverse, hanno contribuito al rinnovamento dei linguaggi artistici.
Le provenienze delle opere rafforzano questa dimensione internazionale. Accanto ai lavori della Sonnabend Collection Foundation di New York e della collezione mantovana, il percorso comprende prestiti da altre raccolte pubbliche e private. La pluralità delle fonti consente di riunire opere legate alla storia delle gallerie Sonnabend e di ricostruire, attraverso la loro presenza congiunta, alcuni passaggi fondamentali della cultura visiva contemporanea.
Il percorso non si limita dunque a presentare una selezione di nomi celebri. La sua struttura invita a riconoscere i rapporti tra le opere e le scelte che ne hanno determinato la presenza nella collezione. In questo senso, la mostra offre una lettura della storia dell’arte fondata non soltanto sui singoli capolavori, ma anche sulle relazioni culturali che li collegano e sui contesti nei quali sono stati presentati e riconosciuti.
Uno degli aspetti più interessanti della mostra consiste nella possibilità di avvicinarsi a diverse correnti dell’arte del secondo Novecento attraverso un unico itinerario. Pop Art, Minimalismo, Arte Concettuale e Arte Povera vengono presentati non come categorie isolate, ma come esperienze che hanno contribuito, in modi differenti, a ridefinire il significato dell’opera e il ruolo dell’artista nella società contemporanea.
La visita permette di osservare direttamente le soluzioni formali adottate dai protagonisti di queste ricerche: l’uso della serialità, il ricorso a immagini provenienti dai mezzi di comunicazione, la riduzione geometrica, l’impiego di materiali non tradizionali e la trasformazione dello spazio in parte integrante dell’esperienza artistica. Questi elementi, considerati nel loro insieme, rendono più comprensibili le ragioni per cui il secondo Novecento ha segnato una discontinuità rispetto alle concezioni tradizionali della pittura e della scultura.
La presenza di opere appartenenti a generazioni e contesti differenti consente inoltre di cogliere la persistenza di alcune questioni nel tempo. Il rapporto tra arte e consumo, la riproducibilità dell’immagine, il valore del materiale e la funzione dello spettatore continuano a costituire temi rilevanti anche nelle ricerche successive. Il percorso offre quindi strumenti per leggere non soltanto una stagione storica, ma anche le origini di numerose problematiche dell’arte contemporanea.
La mostra è particolarmente significativa perché restituisce centralità a una figura che ha agito dietro le quinte della produzione artistica, contribuendo in maniera concreta alla sua diffusione internazionale. La vicenda di Ileana Sonnabend dimostra come il riconoscimento di un artista dipenda anche dalla presenza di interlocutori capaci di sostenere la ricerca, creare occasioni espositive e favorire il confronto tra pubblici differenti.
Attraverso le opere esposte, il visitatore può ricostruire alcuni passaggi della rete culturale costruita da Sonnabend tra Parigi e New York, comprendendo il ruolo svolto dalle gallerie nella circolazione delle idee. L’esposizione permette così di ampliare la prospettiva abituale sulla storia dell’arte, includendo le strategie di promozione, le relazioni professionali e le scelte collezionistiche che hanno contribuito a definire il panorama contemporaneo.
Il valore del progetto risiede anche nel confronto tra opere ormai riconosciute come fondamentali e ricerche che, al momento della loro presentazione, proponevano soluzioni non ancora pienamente assimilate. Questa prospettiva aiuta a comprendere come l’innovazione artistica non sia un processo automatico, ma il risultato di un confronto continuo tra produzione, interpretazione e ricezione pubblica.
Il rapporto con la Sonnabend Collection Mantova aggiunge un ulteriore livello di interesse. La mostra romana si sviluppa infatti in relazione al progetto permanente ospitato nel Palazzo della Ragione, creando due occasioni di approfondimento che condividono la medesima matrice storica, ma permettono di accedere alla collezione da prospettive differenti.
Il prestito di cinque opere della raccolta mantovana rende evidente la natura dinamica del patrimonio artistico. Le collezioni non sono soltanto insiemi di oggetti da conservare, ma risorse culturali la cui conoscenza può essere ampliata attraverso nuovi allestimenti, confronti e interpretazioni. La possibilità di vedere gli stessi nuclei storici inseriti in contesti differenti favorisce una comprensione più articolata delle relazioni tra gli artisti e delle scelte che hanno guidato la formazione della raccolta.
La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Marsilio Arte, curato da Mario Codognato, con contributi dello stesso curatore, di Giorgia Gastaldon, Mirta d’Argenzio ed Eduardo Cicelyn. La pubblicazione affianca il percorso espositivo e offre un’occasione di approfondimento sulla collezione, sugli artisti e sulla vicenda culturale di Ileana Sonnabend.
Il catalogo costituisce un complemento utile per chi desidera approfondire i rapporti tra le opere, i contesti storici e le scelte che hanno determinato la formazione della raccolta. L’inquadramento critico permette di collocare i singoli lavori all’interno delle trasformazioni artistiche del secondo Novecento, ampliando la lettura proposta dall’allestimento e documentando la pluralità delle ricerche presenti.
Per gli appassionati di arte contemporanea, per chi studia la storia delle avanguardie e per i visitatori interessati ai meccanismi attraverso i quali si costruisce il valore culturale delle opere, l’evento offre dunque l’occasione di osservare da vicino una selezione significativa di lavori e, allo stesso tempo, di comprendere il ruolo di una delle figure che hanno contribuito a renderli parte integrante della storia dell’arte internazionale.
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