Mario Schifano. Pittura, immagine e modernità mediatica

17 Marzo - 12 Luglio 2026

Una retrospettiva di grande rilievo dedicata a uno dei protagonisti più innovativi e controversi dell’arte italiana del secondo Novecento. La mostra riunisce oltre cento opere selezionate per restituire la complessità di una ricerca che ha attraversato pittura, fotografia, cinema e televisione. L’esposizione offre una lettura critica ampia, capace di mettere in luce tanto la dimensione sperimentale quanto quella iconica del lavoro di Schifano.

Palazzo delle Esposizioni – Via Nazionale, 194

Mario Schifano, Grande angolo, 1963. Mostra a Roma
Grande angolo, 1963. Tecnica: Smalto e grafite su carta applicata su tela, cm 160 x 260. Collezione privata, Roma. Foto Paolo Terzi © MARIO SCHIFANO, by SIAE

“Mario Schifano” si configura come un evento ampio e strutturato, capace di indagare la complessità di uno dei protagonisti dell’arte italiana del secondo Novecento. L’esposizione non si limita a presentare un’antologia di opere, ma propone un percorso critico che mette in luce gli esordi romani, la progressiva contaminazione tra fotografia e pittura e la significativa esperienza del cinema sperimentale. Attraverso oltre cento lavori, la mostra chiarisce il ruolo centrale dell’artista nella ridefinizione del linguaggio pittorico in rapporto alla modernità mediatica.

Pittura e immagine nella Roma del secondo Novecento

La mostra è un progetto espositivo di ampia portata dedicato a uno degli artisti più significativi, protagonista della Pop Art italiana e della pittura contemporanea,. La retrospettiva intende offrire una lettura articolata della sua produzione che ha attraversato pittura, fotografia e immagine nella Roma del secondo Novecento in un momento storico segnato dalla trasformazione radicale dei linguaggi visivi.

Gli esordi a Roma degli anni Cinquanta e Sessanta

Gli esordi romani di Mario Schifano costituiscono un capitolo fondamentale per comprendere la genesi del suo linguaggio. Trasferitosi giovanissimo nella capitale, l’artista entra in contatto con un ambiente culturale vivace, attraversato dalle tensioni tra l’eredità dell’Informale e le prime istanze di rinnovamento che condurranno alla stagione della cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo.

Roma, in quegli anni, è crocevia di artisti, intellettuali, cineasti e scrittori. Le gallerie private e i caffè del centro storico diventano luoghi di confronto e sperimentazione. In questo contesto, Schifano sviluppa una sensibilità attenta ai mutamenti della cultura visiva, mostrando fin dalle prime opere una volontà di superare tanto il naturalismo quanto l’astrazione lirica dominante.

Dalla materia all’azzeramento dell’immagine

Le prime prove rivelano un interesse per la superficie come campo di indagine autonoma. La materia pittorica viene trattata in modo diretto, talvolta ruvido, con un’attenzione particolare alla fisicità del supporto. Tuttavia, è con i celebri monocromi che Schifano compie un gesto radicale: ridurre l’immagine a pura campitura di colore.

Queste opere, realizzate su carta intelata con smalti industriali, rappresentano un momento di azzeramento simbolico. Eliminando la figurazione, l’artista sembra voler ripartire da un grado zero della pittura. Ma tale riduzione non coincide con un impoverimento espressivo: al contrario, il colore vibra sulla superficie, trattenendo la traccia del gesto e instaurando un dialogo silenzioso con lo spazio architettonico che lo accoglie.

Il confronto con la cultura di massa

Già negli esordi romani si manifesta l’interesse di Schifano per i segni della modernità urbana: scritte, marchi, segnali stradali. L’artista intuisce che la nuova iconografia del presente non è più quella mitologica o storica, ma quella prodotta dalla società dei consumi. Inserendo questi elementi nella pittura, egli inaugura una riflessione destinata a segnare l’intera sua carriera.

Tra fotografia e pittura: un dialogo strutturale

L’immagine fotografica come matrice

Il rapporto tra fotografia e pittura occupa una posizione centrale nella ricerca di Schifano e trova nella mostra un’ampia trattazione. A partire dalla metà degli anni Sessanta, l’artista utilizza fotografie scattate direttamente o tratte da giornali e televisione come base per i suoi dipinti. L’immagine fotografica diventa una matrice da rielaborare, non un modello da riprodurre fedelmente.

La tela si configura così come spazio di traduzione: il dato fotografico viene ingrandito, sgranato, alterato cromaticamente. La pittura interviene per sottolineare la distanza tra realtà e rappresentazione, tra documento e interpretazione. In questo passaggio si coglie la volontà di Schifano di interrogare la natura stessa dell’immagine tecnica.

La superficie come luogo di sovrapposizione

Nelle opere in cui fotografia e pittura si sovrappongono, la superficie appare stratificata. Trasparenze, velature e segni grafici interrompono la continuità dell’immagine, evidenziandone la costruzione artificiale. L’artista non nasconde il processo, ma lo rende parte integrante dell’opera.

Questa pratica anticipa riflessioni che diventeranno centrali nella cultura visiva contemporanea: la manipolabilità dell’immagine, la sua circolazione accelerata, la perdita di un referente stabile. Schifano dimostra come la pittura possa ancora svolgere una funzione critica, trasformando l’appropriazione fotografica in occasione di analisi e distanziamento.

I “paesaggi TV” come sintesi linguistica

I cosiddetti “paesaggi TV” rappresentano uno degli esiti più noti di questo dialogo. Fotografando lo schermo televisivo e intervenendo successivamente sulla tela, Schifano traduce il flusso televisivo in immagine pittorica. Il risultato è una visione frammentaria, spesso attraversata da segni che ne disturbano la leggibilità.

In queste opere la televisione non è soltanto soggetto iconografico, ma dispositivo concettuale: essa incarna la nuova condizione percettiva dell’uomo contemporaneo, immerso in un flusso continuo di immagini.

Cinema sperimentale e immagine in movimento

La stagione dei film sperimentali

Un ampio approfondimento è dedicato alla produzione di cinema sperimentale, parte integrante della poetica schifaniana. Tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta, l’artista realizza film che riflettono la stessa tensione verso la frammentazione e la contaminazione linguistica presente nella pittura.

Questi lavori si caratterizzano per un montaggio rapido, per l’assenza di una narrazione lineare e per l’uso libero del colore e della sovrimpressione. Il cinema diventa un laboratorio in cui sperimentare nuove modalità di percezione, mettendo in discussione la tradizionale distinzione tra arti visive e arti temporali.

L’immagine in movimento come estensione della pittura

Nell’esperienza filmica di Schifano, l’immagine in movimento non sostituisce la pittura, ma ne costituisce un’estensione. Il gesto pittorico si traduce in sequenze visive che mantengono una forte componente poetica. Anche nel medium cinematografico, l’artista conserva un atteggiamento lirico e visionario, evitando tanto il documentarismo quanto la spettacolarizzazione.

La mostra presenta materiali filmici e documentari che permettono di comprendere la continuità tra tela e pellicola, tra superficie statica e flusso temporale. In tal modo emerge con chiarezza come l’opera di Schifano non possa essere ridotta a un’unica categoria disciplinare, ma debba essere letta come una ricerca complessa sull’immagine nella modernità.

Il percorso espositivo: rotonda e piano nobile

Un percorso architettonico coerente

L’allestimento nella rotonda e nelle sette grandi sale al piano nobile consente una distribuzione organica delle opere, rispettando tanto la cronologia quanto le articolazioni tematiche. La rotonda introduce il visitatore alla dimensione immersiva della mostra, mentre le sale successive sviluppano i nuclei principali della ricerca schifaniana.

La monumentalità dello spazio valorizza le opere di grande formato e permette un confronto diretto con la fisicità della pittura. Al contempo, le sezioni dedicate al cinema e ai materiali audiovisivi trovano collocazione in ambienti idonei alla fruizione collettiva, rafforzando l’idea di un percorso che attraversa media differenti.

In questa articolazione spaziale, la mostra “Mario Schifano” offre non soltanto una ricostruzione storica, ma un’esperienza critica che invita a riflettere sulla persistente attualità della sua opera nel contesto della cultura dell’immagine contemporanea.

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