26 Giugno - 15 Novembre 2026
La mostra ricostruisce una stagione decisiva per la storia della moda italiana, raccontando il dialogo tra creatività, cinema, fotografia e sviluppo industriale. Attraverso materiali d’archivio, capi d’alta sartoria e testimonianze visive, il percorso espositivo restituisce il ruolo centrale di Roma nella nascita dell’immagine internazionale del Made in Italy.
Musei Capitolini, Centrale Montemartini- via Ostiense 106
Tra la metà degli anni Cinquanta e la metà degli anni Settanta Roma attraversò una delle stagioni più feconde della propria storia contemporanea. La città, uscita dalle difficoltà del dopoguerra, divenne progressivamente il luogo in cui cinema, arti figurative, editoria, industria e alta moda concorsero alla costruzione di una nuova immagine dell’Italia.
Mentre Cinecittà richiamava produzioni internazionali e via Veneto si affermava come simbolo di una modernità cosmopolita, negli atelier romani prendeva forma un linguaggio dell’eleganza destinato a conquistare il mondo. È in questo contesto che nasce il Made in Italy, prima ancora come fenomeno culturale che come marchio commerciale: una sintesi tra eccellenza artigianale, innovazione tecnica, capacità imprenditoriale e qualità estetica.
La mostra ricostruisce questo straordinario momento storico attraverso un percorso nel quale abiti, fotografie, cinegiornali, documenti, riviste e materiali d’archivio raccontano come la moda abbia contribuito a ridefinire l’identità culturale italiana del secondo Novecento.
La storia della moda italiana non coincide soltanto con quella delle grandi maison. Essa è il risultato di una complessa rete di relazioni nella quale convivono artigianato, industria, ricerca tessile, fotografia, cinema, editoria e arti applicate. La mostra interpreta questa stagione come un fenomeno collettivo, nel quale ogni protagonista contribuì alla definizione di un linguaggio comune destinato a rendere riconoscibile l’eleganza italiana nel panorama internazionale.
Roma occupava una posizione privilegiata. Gli atelier dialogavano quotidianamente con il mondo del cinema, le riviste illustrate trasformavano le sfilate in eventi di risonanza internazionale e i fotografi utilizzavano il patrimonio monumentale della città come scenografia naturale delle proprie immagini. In pochi anni la capitale divenne un laboratorio creativo nel quale convergevano competenze differenti, capaci di tradurre la tradizione manifatturiera italiana in un modello di modernità.
Uno dei maggiori meriti della mostra consiste nell’evidenziare come il successo della couture romana sia stato favorito dalla costruzione di un potente immaginario visivo. Le fotografie dell’Archivio Storico Luce, i cinegiornali, i servizi pubblicati sui rotocalchi e le immagini provenienti dagli archivi delle maison dimostrano che l’abito non veniva mai presentato come oggetto isolato. Esso viveva all’interno di un racconto nel quale architettura, cinema, mondanità e paesaggio urbano contribuivano a definirne il significato.
Le piazze storiche, gli alberghi, gli studi cinematografici e le terrazze romane diventavano quinte scenografiche per raccontare una nuova idea di eleganza. La moda assumeva così una funzione culturale: rappresentare un Paese che guardava con fiducia al futuro senza rinunciare al valore della propria tradizione artistica.
Curata da Fabiana Giacomotti, la mostra propone una lettura interdisciplinare della moda italiana, evitando la semplice successione di capi prestigiosi. Il percorso mette in relazione abiti, fotografie, filmati, documenti, riviste, bozzetti e materiali d’archivio provenienti da importanti istituzioni pubbliche e collezioni private, dimostrando come il successo della moda italiana sia nato dall’incontro tra creatività, ricerca industriale e comunicazione.
Il patrimonio dell’Archivio Storico Luce costituisce l’ossatura della narrazione. Cinegiornali, fotografie e documentari accompagnano il visitatore attraverso un racconto nel quale le sfilate, gli atelier, il lavoro delle sartorie e la diffusione delle immagini permettono di comprendere la costruzione dell’identità visiva del Made in Italy. La moda emerge così quale documento storico, capace di raccontare le trasformazioni economiche e sociali dell’Italia del boom.
Il percorso riunisce alcuni dei nomi che hanno definito la storia dell’alta sartoria italiana. Le Sorelle Fontana testimoniano il dialogo privilegiato tra gli atelier romani e il cinema internazionale, mentre Fernanda Gattinoni racconta il rapporto fra moda e costume cinematografico. Di grande rilievo sono le creazioni di Roberto Capucci, nelle quali il tessuto assume una dimensione quasi scultorea, e quelle di Emilio Schuberth, interprete dell’eleganza della Roma del dopoguerra.
Accanto a queste figure trovano spazio Simonetta, Irene Galitzine con il celebre pijama palazzo, Renato Balestra e Valentino Garavani, rappresentato dal celebre abito “Fiesta”, testimonianza della maturità stilistica raggiunta dalla maison negli anni Sessanta. Il percorso si estende inoltre all’esperienza di Fendi, ricordando anche il contributo progettuale di Karl Lagerfeld, esempio della continuità tra tradizione manifatturiera e innovazione creativa.
Uno degli elementi che distingue questo evento da molte esposizioni dedicate alla storia della moda è l’attenzione riservata al rapporto tra creatività e sviluppo tecnologico. Il percorso mette infatti in evidenza come l’affermazione della couture italiana sia stata sostenuta dalla crescita dell’industria tessile e dalla sperimentazione sui materiali, aspetti fondamentali ma spesso relegati in secondo piano rispetto alle figure degli stilisti.
Un ruolo di primo piano è riservato alla SNIA Viscosa, protagonista della ricerca sulle fibre artificiali e sintetiche durante gli anni del boom economico. L’introduzione di nuovi filati modificò profondamente le possibilità progettuali offerte agli atelier: tessuti più leggeri, resistenti e versatili permisero di sperimentare forme innovative, nuovi effetti cromatici e costruzioni sempre più sofisticate. La qualità della moda italiana nacque dunque anche dall’incontro tra ricerca scientifica, industria chimica e manifattura, dimostrando come il concetto stesso di innovazione coinvolgesse ogni fase della filiera produttiva.
Questa prospettiva amplia significativamente la lettura della storia del Made in Italy. L’eleganza non è presentata come il risultato esclusivo dell’intuizione creativa dello stilista, ma come l’espressione di un sistema nel quale imprese, laboratori, tecnici e artigiani collaboravano alla realizzazione di prodotti capaci di coniugare eccellenza estetica e qualità costruttiva. È proprio questa integrazione tra sapere manuale e sviluppo industriale ad aver reso il modello italiano uno dei più influenti del Novecento.
Il percorso espositivo amplia ulteriormente il proprio orizzonte culturale attraverso la figura di Palma Bucarelli, storica direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e protagonista del rinnovamento museale italiano del secondo dopoguerra. La sua presenza non rappresenta una semplice parentesi biografica, ma evidenzia il crescente dialogo che, proprio in quegli anni, si sviluppò tra arti figurative, design e moda.
Bucarelli comprese con notevole anticipo come la cultura del progetto non potesse essere limitata alle sole arti tradizionalmente riconosciute. L’abito, al pari di un oggetto di design o di un’opera di arte applicata, diveniva espressione di un preciso contesto storico, sociale e culturale. La mostra recupera questa prospettiva, invitando il visitatore a considerare la moda come parte integrante del patrimonio artistico del Novecento, capace di riflettere le trasformazioni della società italiana tanto quanto la pittura, l’architettura o il design industriale.
Tra gli anni Cinquanta e Sessanta Roma visse una stagione irripetibile, passata alla storia con l’espressione Hollywood sul Tevere. La presenza delle grandi produzioni cinematografiche americane trasformò la città in un punto d’incontro tra l’industria dello spettacolo e la creatività italiana, offrendo agli atelier un palcoscenico di eccezionale visibilità.
Le attrici e gli attori che frequentavano la capitale contribuirono a diffondere nel mondo il prestigio della sartoria romana. Gli abiti delle Sorelle Fontana, di Gattinoni, di Schuberth e degli altri protagonisti della couture italiana comparivano non soltanto nelle produzioni cinematografiche, ma anche durante festival, ricevimenti, anteprime e servizi fotografici destinati alla stampa internazionale. In questo modo il cinema divenne uno straordinario strumento di comunicazione, capace di trasformare l’eleganza italiana in un modello culturale riconoscibile ben oltre i confini nazionali.
Le fotografie e i cinegiornali presentati in mostra documentano con particolare efficacia questo fenomeno. Le immagini non immortalano semplicemente gli abiti, ma raccontano una città attraversata da artisti, registi, giornalisti e fotografi, nella quale la moda partecipava attivamente alla costruzione di un’immagine di Roma moderna, internazionale e profondamente legata alla propria tradizione culturale.
Un altro tema affrontato con notevole rigore riguarda il ruolo della fotografia di moda. Le campagne pubblicitarie, i servizi editoriali e le immagini provenienti dagli archivi delle maison dimostrano come la fotografia abbia contribuito in maniera determinante alla definizione dell’identità visiva del Made in Italy. Attraverso l’obiettivo dei fotografi, gli abiti acquisivano una nuova dimensione narrativa, dialogando con il patrimonio architettonico della capitale e con gli spazi della vita quotidiana.
La mostra restituisce pienamente questa complessità, proponendo le immagini come vere e proprie fonti storiche. Il visitatore può così osservare non soltanto l’evoluzione del gusto, ma anche i cambiamenti della comunicazione, del linguaggio pubblicitario e della rappresentazione della società italiana durante il boom economico.
Uno degli aspetti più riusciti dell’esposizione è il rapporto instaurato con gli ambienti della Centrale Montemartini. L’ex centrale termoelettrica, oggi tra i più originali spazi museali della capitale, rappresenta un luogo nel quale archeologia industriale e patrimonio artistico convivono in un equilibrio ormai divenuto emblematico. In questo contesto, la scelta di dedicare una mostra al rapporto tra moda e innovazione industriale assume un significato particolarmente efficace.
Le monumentali macchine conservate negli ambienti espositivi richiamano il ruolo dell’industria nello sviluppo della società contemporanea, mentre gli abiti testimoniano la capacità della creatività italiana di trasformare ricerca tecnologica e qualità manifatturiera in linguaggio estetico. L’allestimento non utilizza quindi gli spazi come semplice contenitore, ma costruisce un dialogo coerente tra il patrimonio industriale della città e uno dei settori che maggiormente contribuirono alla definizione dell’identità produttiva italiana del Novecento.
Il percorso si conclude con una sezione dedicata alla consultazione di volumi, cataloghi e pubblicazioni specialistiche, pensata per sottolineare come la storia della moda costituisca oggi un ambito di ricerca consolidato. Questa scelta curatoriale amplia ulteriormente il significato dell’esposizione, trasformando la visita in un’occasione di approfondimento e invitando il pubblico a considerare la couture italiana quale parte integrante della storia dell’arte, del design e della cultura materiale.
L’interesse della mostra risiede nella capacità di restituire un’immagine articolata della moda italiana, superando la dimensione puramente estetica per inserirla nel più ampio contesto della storia culturale del Novecento. Attraverso il dialogo tra abiti, fotografie, documenti, filmati e materiali d’archivio, il percorso mostra come il successo del Made in Italy sia stato il risultato dell’incontro tra creatività artistica, innovazione industriale, ricerca tecnologica e comunicazione visiva.
La ricchezza dei materiali esposti, l’autorevolezza delle istituzioni coinvolte e il valore documentario del patrimonio dell’Archivio Storico Luce consentono di leggere la moda non come fenomeno effimero, ma come testimonianza della trasformazione economica, sociale e culturale dell’Italia del secondo dopoguerra. In questa prospettiva, gli abiti di Roberto Capucci, Valentino Garavani, Fernanda Gattinoni, Emilio Schuberth, Simonetta, Irene Galitzine, Renato Balestra, delle Sorelle Fontana e degli altri protagonisti della couture italiana diventano documenti di una stagione nella quale eleganza, ricerca e industria contribuirono a definire una nuova idea di modernità, destinata a lasciare un’impronta duratura nella cultura internazionale.
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